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Palestina: Grest estivo in Palestina
[emmeci] Mercoledì, 03 febbraio @ 11:03:06 CET
Notizie dalle missioni

Palestina, Bethlehem 6-31 luglio 2009

Non ero mai stata prima in Israele, tantomeno in Palestina… I posti, la cultura e i problemi di quella parte del mondo mi erano pressoché estranei, almeno fino a febbraio.
Che io dovessi partecipare a questa esperienza era evidente dal modo in cui mi ci sono trovata in mezzo. La proposta mi è arrivata in modo indiretto: tanti passaggi intermedi e un inanellarsi di circostanze favorevoli hanno permesso di poter vivere in modo coinvolgente e totalizzante un progetto inedito e sconvolgente.
Di cosa si trattava? E cosa c’era di ”inedito e sconvolgente”?
La consapevolezza della presenza di parrocchie cristiane, latine, in territori arabi o israeliani è per me una conquista: famiglie e villaggi di tradizione cristiana in Terra Santa, da ancor prima che in Europa, non sono certo così evidenti nella nostra informazione. Non se ne sentiva parlare molto. Non si pensava a quale tipo di quotidianità conducevano. O erano scontati, o erano invisibili.
Proprio all’interno di questa cortina semitrasparente siamo stati partecipi dell’attività estiva più classica di ogni parrocchia: il grest. Quelle ore di intrattenimento che occupa e dà senso alle giornate estive di ragazzi ed adolescenti/giovani è un’iniziativa presente in quasi tutte le realtà di chiesa. Chi non percepisce la forza aggregante del divertimento e del tempo libero speso in fraternità e gioia?
Ma cominciamo a vedere cos’è effettivamente accaduto, dal principio…
L’anno scorso un gruppo di giovani di Verona, durante un pellegrinaggio, ha assaggiato giusto mezza giornata di quel tempo rilassato e gioiso presso la parrocchia di Beit Sahour (per chi conosce un po’ è dove si trova il Campo dei Pastori, per chi è digiuno siamo a circa 2 km. da Betlemme). Tornato in Italia, qualcuno più intraprendente ha proposto di dare continuità a quel breve momento di condivisione. Dall’idea si è passati al progetto, e da febbraio un gruppetto di giovani ha cominciato ad incontrarsi per prepararsi, per conoscere, per capire, per organizzare. Marco, l’”ideatore”, ha mandato decine di mail. Don Martino, l’”esperto”, ha offerto la sua consulenza, preparato note introduttive e organizzato incontri di formazione umana/storica/biblica/politica. Altri man mano si rendevano disponibili, si prendevano le ferie, si attivavano per la sensibilizzazione e la raccolta di fondi.
Da febbraio, quindi, abbiamo cominciato a vederci dentro. Cosa facciamo? E cosa troviamo là?
C’era un punto fermo, che è stato poi la nostra forza: il grest è un’attività della parrocchia “indipendente” dalla nostra presenza o meno. Noi eravamo un valore aggiunto, importante ma non necessario. Questo ci ha permesso di pensarci e proporci all’interno delle attività, ma senza pressioni eccessive e con maggior libertà reciproca.
Ognuno ha messo a disposizione le proprio abilità, capacità e, comune a tutti, entusiasmo. Stavamo partecipando ad un nuovo tipo di “ponte”, in una zona dove l’unica cosa che si costruisce è un muro.
Non tutti potevano permettersi tempi lunghi di permanenza: la durata media è stata di due settimane, soprattutto nella seconda metà di luglio. In 3 siamo partiti dall’inizio, 6 ci hanno raggiunti in tempi successivi. Con don Martino ad introdurci nel nuovo contesto, siamo stati accolti ed ospitati nella parrocchia. In tutto eravamo 6 ragazze e 3 ragazzi. Nota logistica: noi eravamo attrezzati ad adattarci a dormire in spazi di fortuna, con materassino e sacco a pelo. Abbiamo invece ricevuto due stanze in canonica, fisicamente “sfrattando” i tre seminaristi responsabili del grest al piano superiore, accampati con materassi a terra nell’appartamento del parroco. Quando dai 3 iniziali siamo diventati 7, abbiamo anche ricevuto l’uso di un appartamentino autonomo presso una famiglia della parrocchia. Faccio questa sottolineatura perché non riesco più a sentire commenti ai vangeli del Natale che includono il rifiuto ad accogliere Maria. Chi ha sperimentato il senso dell’accoglienza, così estremo in quella cultura, e della sacralità dell’ospite deve trovare nuove chiavi di lettura a quei brani. Io le ho ricevute osservando come erano disposti anticamente gli ambienti delle case: lo spazio più caldo e intimo dove poter partorire era al pian terreno, lontano dagli occhi di tutti i famigliari (e intendiamo “famiglia” in senso allargato) raccolti al piano di mezzo, con il tepore emanato dagli animali radunati lì per proteggersi dal freddo e riscaldare gli abitanti della casa. Maria, quindi, non solo non è stata rifiutata, ma è stata sistemata al meglio delle comodità del tempo, con cura e premura. A noi è capitato lo stesso (senza la parte del parto, ovviamente!).
I 3 baldi giovani seminaristi, smessi i paramenti sacri, si sono attrezzati di trapani, scope e quant’altro per preparare l’ambiente ad accogliere 180 ragazzi e una sessantina di volontari. Tutte persone del posto. Nessuna discriminazione verso altre religioni. Maglietta uguale per tutti cosicché tutti si sentissero ugualmente parte dello stesso progetto. Volontari con nome in modo tale che ognuno potesse chiamare e chiedere. E poco importava che arabo ed italiano non si assomigliassero per niente: con i ragazzi la forza di un sorriso e l’universalità dei bisogni ha reso questi primi momenti imbarazzanti, divertenti ma assolutamente superabili mentre inglese e francese aiutavano le relazioni con gli altri animatori. E poi, quale problema poteva essere insormontabile con un seminarista - Ibrahim - che ha studiato due anni in Italia e Abuna Feisal - nonché parroco - che parla correttamente 4 lingue oltre alla sua?
È stato affascinante partecipare alla quotidianità della loro vita. Chi pensava che in quei paesi ci si svegliasse tardi, è rimasto sorpreso dalla levataccia alle 6:30, preghiera alle 7, colazione alle 7:30 e accoglienza/inizio attività dalle 8:15… Ogni giorno era vissuto intensamente, non c’è che dire!
Non mi dilungo, poi, sul cibo che ha lasciato in tutti il segno (soprattutto nel giro-vita): a tavola si vedeva in modo ancora più evidente come fossimo approdati in un universo parallelo. Al di là dei gusti personali, comunque, pita e humus hanno segnato in modo indelebile la nostra dieta. E la convivialità ha reso anche l’approccio ai cibi un momento di conoscenza reciproca e di scambio di ricette. Accanto alle loro saporitissime insalate, dunque, c’è stato spazio per i nostri spaghetti e, ovviamente, la PIZZA!
Il pomeriggio, quando non c’erano incontri di preparazione o qualche attività particolare, si poteva andare in esplorazione. Per la maggior parte siamo rimasti in zona, con qualche sortita a Gerusalemme. Gli spostamenti erano molto limitati dai mezzi di trasporto e dalle misure di “sicurezza” dei check point. Nonostante il passaporto “rosso” ci desse non poche libertà di spostamento era impossibile non rendersi conto dei disagi. I 10 km che ci separavano da Gerusalemme, infatti, occupavano dai 60 ai 120 minuti (fa ancora più effetto che dire 1 o 2 ore, vero?)… e noi non correvamo il rischio di essere rispediti al mittente, cosa non così infrequente tra i palestinesi (che pure avevano un regolare permesso israeliano dato che gli altri nemmeno si provavano).
Torniamo al grest. Le attività dei ragazzi erano organizzate a gruppi suddivisi in base all’età. Ogni gruppo era accompagnato da 2/3 animatori (anche se la maggioranza erano ragazze) e si muovevano in modo quasi-ordinato attraverso 5 tipi di laboratori diversi ogni giorno. Il gruppo dei piccoli, età materna, avevano, invece, animatori ed attività pensate apposta per loro, separati dal resto dei grandi tranne che nei momenti di intervallo e nelle grandi attività a cadenza settimanale. I laboratori erano di manualità, cucina, giochi, piscina, musica (cetra e canto francese), dottrina, danze popolari, karate, informatica. Ci sono stati un paio di appuntamenti speciali: con la polizia per l’educazione stradale, e con i vigili del fuoco. È stata poi organizzata una piccola competizione di corsa per ogni fascia d’età, una grande fiera con giochi/stand gastronomici/premi per l’intero nucleo familiare e la festa finale con i saluti ed un breve spettacolo conclusivo. Una cosa sola manca rispetto ai nostri grest: la gita. Ogni cosa che si organizza è letteralmente “ancorata” al territorio. E non per scelta!
Il giorno più bello che ricordo, comunque, è il venerdì della terza settimana. Il nostro gruppo è stato incaricato di organizzare e condurre dei giochi per alcuni disabili, per lo più mentali, ospiti di un centro diurno musulmano. Tali ragazzi, giovani ed adulti, e le loro accompagnatrici sono stati accolti nella palestra della parrocchia, hanno trascorso le prime ore della mattinata con noi e poi hanno raggiunto il resto dei ragazzi del grest. Dopo la merenda hanno proposto un piccolo spettacolo di teatro, semplice e simpatico, e poi hanno partecipato alle canzoni e alle danze degli altri ragazzi.
Tanti e tali incontri mi hanno colpito in modo particolare, con profonda tristezza ma anche speranza. Questo gruppo di donne volontarie, soprattutto madri o sorelle di alcuni degli ospiti, stanno coraggiosamente sfidando e, nel loro piccolo, vincendo tremendi e consolidati pregiudizi: soprattutto - ma non solo - nel mondo musulmano c’è un pesante isolamento e/o ostracismo verso l’handicap e la donna. Una simile occasione, poi, ha reso visibile come di fronte a problemi così gravi della società non possono esistere barriere di religione od etnia, ma solo condivisione di cura e solidarietà.
Ho già accennato ad alcuni problemi, quindi: check point, muro, arretratezza dei mezzi di trasporto, politiche familiari… Una domenica mattina, però, vi svegliate e andate a prepararvi un caffè, aprite il rubinetto e non trovate acqua. La cosa vi destabilizza. E vedete che anche il vostro amico, o seminarista, o la cuoca, apre il frigo e recupera dell’acqua in bottiglia per finire di farsi la barba o preparare da mangiare. Perché? Non c’è un perché… semplicemente, ogni tanto, qualcuno chiude il rubinetto e lo riapre alcuni giorni dopo. E voi dovete pagare (extra) un’autocisterna che vi porti dell’acqua potabile. Punto.
Quando vivi sulla tua pelle certi disagi e certe gioie ma sai che dopo qualche settimana torni a casa tua, nella tua piccola realtà sicura, corri il rischio di dimenticare e/o di ridimensionare e/o di categorizzare. In fondo tutti i cattolici sono buoni e ospitali. I cattivi sono gli israeliani. I palestinesi sono vittime. Noi siamo più bravi. Gli arabi sono misogini.
La ragione di questo testo e delle sue immagini è che nonostante pochi input sorga il desiderio di essere attenti alle nostre etichette. C’è un mondo arabo che ci spaventa e che “a casa nostra” tendiamo a rifiutare. C’è lo stesso mondo che, seppure in un contesto protetto, ci ha accolti e ci ha sfidati a superare la nostra forma mentis per renderci compagni di viaggio. Possiamo vedere le differenze come qualcosa da eliminare. Possiamo cogliere la semplificazione e l’omologazione come LA strada verso la globalizzazione. Possiamo crogiolarci nel nostro piccolo nido e sentirlo sicuro o minacciato, ma comunque l’unico posto dove poter stare.
Io non la vedo più così.
Due slogan hanno accompagnato la nostra avventura. Condividiamoci, cioè mettiamoci in gioco e lasciamoci coinvolgere. Una terra, due popoli, tre religioni, cioè rifiutiamo la semplicità per vivere la complessità e, spesso, la mancanza di risposte facili. Abitiamo la contraddizione e il non risolto.
Proprio la condivisione e la complessità sono i binari su cui poter innestare qualunque seme di speranza e di possibile soluzione.
E questo è ciò che posso dire di aver cominciato ad intuire al termine di questa esperienza.
E questo è l’inedito e lo sconvolgente passo per costruire relazioni più autentiche nella nostra Italia e nel resto del mondo.
      Lucia Bombieri

 

 



 
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