Questo racconto tratto dal libro della prima casa editrice Centrafricana ci aiuta a capire uno spaccato di vita centrafricana. Un modi attraverso i racconti di accostarci ad un'altra realtà.
Un villaggio pigmeo nel cuore della foresta consiste in una decina di capanne rotonde fatte di foglie. Al centro un cortile dove giocano dei bimbi sotto l’occhio vigilante degli uomini seduti dirimpetto. Vicino a ogni capanna una donna fa la cucina. I figli più grandi aiutano le loro madri.
Tre di loro allattano i loro piccoli. Quando la poppata è terminata danno i bimbi ai loro mariti “Dammi il tuo bebè” – Sawanga – dice un uomo chiamato “Jlengou. Ogni volta che lo vedo penso a mia figlia morta da otto lune. Se fosse ancora viva sarebbe come lui.
“Non te la prendere – risponde – per consolarlo. Preso avrai un altro figlio che sostituirà colui che è ripartito. Tua moglie è in attesa”. Hai ragione, ma mi domando perché Dio riprende così presto i bambini che ci dona?”
Per fortuna ci dà di che nutrirli – dice un altro uomo – Sai che mia moglie ha trovato del miele stamattina? Ce n’è tanto che non ha potuto prenderlo tutto. Domani le nostre donne ricupereranno il resto”.
Due bambini si picchiano, ma un anziano interviene immediatamente: “Calmatevi, siete fratelli. Sono le bestie che si battono fra loro, non gli uomini come noi. Andate ora a giocare. Ben presto avrete da mangiare a tutto andrà bene” Raggiunta la cucina ogni donna dà una parte del suo piatto a ciascuno degli altri e serve gli uomini in una zucca comune prima di raggiungere i suoi figli davanti alla sua capanna. Terminato il pranzo, gli uomini continuano a chiacchierare mentre le figliolette giocano e le donne si radunano in gruppo per intrecciarsi i capelli. Caduta la notte si riuniscono tutti attorno a un patriarca per ascoltare i fatti del loro popolo.
“Anticamente – dice loro – quando i “ngbaka”non si erano ancora installati qui, eravamo tranquilli. La foresta era
Un giorno un giovane decise di
Dei gemiti interrompono il racconto. Tutti si alzano, stanno in agguato. Le donne e i bambini si rifugiano nelle capanne. Un giovane sconosciuto sta per crollare in mezzo al cortile. Gli uomini si avvicinano a lui con circospezione e lo esaminano. Dice Jlengou: “Non è un vicino, è un fratello. Ha un braccio rotto. Kitoko va a cercare i medicamenti, perché lo si curi e tu porta la bevanda pere rianimarlo”.
Kitoko sparisce un istante nella sua capanna e ritorna con delle cordicelle che attacca all’avambraccio e al pugno del giovanotto. Ngoto porta una bottiglia contenente un liquido verdastro, poi la donna le passa a Jlengou che ne fa bere al malato piccoli sorsi.. Terminato il trattamento, l’assemblea si sposta e osserva il ferito. Si odono allora dei rumori secchi provenienti dal braccio spezzato mentre l’infortunato si torce dal dolore. Poco dopo, egli si raddrizza sul suo sgabello – muove il braccio e sorride a colui che lo assiste. “Grazie, fratelli miei, mi chiamo Ngalè”. “Cosa è stato?” domanda Ilengou. “Non lo so. Quando sono rientrato dalla caccia, mio caro, Kpitongè s’è gettato su di me e mi ha selvaggiamente picchiato. Mi sono salvato per preservare la mia vita ed eccomi qua. Sono certo che lui mi cercherà domani”. I Ngbaka (un’altra tribù) sono dei barbari. Vogliono farci passare un brutto quarto d’ora. Dobbiamo assolutamente levare il campo questa notte stessa.
………….
Nel villaggio Ngbaka il figlio maggiore del capo è ammalato. E’ posto su un letto di bambù intrecciato in mezzo al salone. A destra una della porta d’entrata una donna anziana è seduta in terra……con il bastone appoggiato a lato. Si presenta alla porta una adolescente che porta una zucca piena d’acqua sulla testa. Entra abbassandosi, versa l’acqua in un catino poi si avvicina al letto. “Grande fratello, come stai?” lo interroga.
“La febbre mi stanca molto, sorellina. Dammi un po’ d’acqua, ho molta sete”
La giovane s’affretta a servirlo.
“Bongo – interviene la mamma,- va’ nella mia camera e portali il bolo (pianta usa come antipiretico)” La figlia sposta la corteccia di legno che sostituisce la porta, sparisce nella stanza e ritorna con le foglie richieste. La mamma ne fa un unguento e unge il viso, la testa e il petto del figlio. Entra il capo del villaggio e domanda notizie del malato. “La febbre non diminuisce bisogna far ritornare il medico”.
“Io l’ho già cercato….eccolo!” “Buongiorno Nzila. Mio figlio non sta niente bene. L’ultima volta tu avevi detto che la preparazione fatta col sangue di pollo bianco e del capro immolato, doveva sollevarlo. Che cosa fari ora?”
“Devo consultare subito gli avi”
Tre ore più tardi ritorna accompagnato dai suoi aiutanti e rivestito di tutti i suoi attributi di stregone, pelli di bestie feroci, amuleti e portafortuna diversi, Fa portare il malato in cortile e gli massaggia il corpo con una misteriosa mistura. Minaccia degli esseri invisibili con la sua “ragaia”, spara col piccolo suo fucile. Dopo di che eseguisce una danza indiavolata. A un tratto si ferma “Sono desolato, non posso fare più niente per lui”. La madre del malato caccia un grido di disperazione e si mette a piangere:
“Non dirmelo! Ci deve essere una possibilità. Tu sei il più grande guaritore di questo villaggio!” Il medico tace e si ritira. La povera donna continua a piangere.
E’ allora che uno dei suoi schiavi pigmei le si avvicina, s’inchina rispettosamente e le dice: “Mila, in un accampamento qui vicino vive Mindogon, un medico molto famoso. Volete che lo chiami?” “Se Zila non ha potuto fare niente vuol dire che non c’è nulla da fare”
“Dammi il tuo consenso prima che sia troppo tardi – lo supplica la moglie – Guardalo, respira così lentamente” Si getta ai suoi piedi e gli stringe le caviglie – Lui la rialza.
Dopo un po’ di tempo il giovane schiavo si presenta alla capanna accompagnato da tre pigmei. Uno di loro, Mindogon, avanza verso il lettuccio mentre gli altri due si ritirano. Il medico apre gli occhi al moribondo e vi versa delle gocce di un medicamento contenuto in un cornetto di foglia, gli fa ingoiare una pozione e vuota il contenuto d’un altro nelle narici. Il paziente starnuta tre volte e apre gli occhi. Si meraviglia della presenza di tutta quella gente attorno a lui e chiede da mangiare. Sua madre e la sorella Bongo piangono di gioia mentre il padre si raschia la gola per dissimulare la sua emozione e dice: “ Grazie di aver salvato mio figlio. Il tuo prezzo sarà il mio”
Qual è il prezzo della vita di un uomo?