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DALLA MISSIONE DEL PARAGUAI
“... Diamo grazia a Dio in tutte le circostanze...” 1Tes 5,18
Veniamo a voi, con uno speciale ringraziamento e gratitudine per il tempo, le energie, la dedizione, i sacrifici, le condivisioni, le preghiere, la comunione e la sintonia con la missione della Congregazione in Paraguay. Talvolta, le nostre parole di gratitudine non sono sufficienti per dire tutto ciò che meritate. Abbiamo già ricevuto la somma in denaro, frutto delle azioni della giornata della solidarietà e di altre attività effettuate durante l’anno e lungo il mese missionario 2009. A poco a poco stiamo usando la somma ricevuta, in vari progetti di formazione per la gioventù, in laboratori di musica, di artigianato per giovani e donne, nella medicina alternativa e nel materiale di animazione vocazionale. La Divina Trinità ci guidi e ci illumini, la protezione di Maria Santissima ci accompagni, i nostri Fondatori intercedano per noi. Vi abbracciamo e auguriamo ogni bene. Le Sorelle: Odila Gaviraghi Edviges Batista Ferreira Delmira Dall’Alba
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DISTRETTO AFRICANO
Condivisione della vita e della missione delle FSCJ a Zamakoe - Cameroun
Noi quattro Sorelle FSCJ, inserite nella Diocesi di Mbalmayo, precisamente nella città di Zamakoe, abitiamo all’ospedale “Oasi della Madre dell’Amore”. Oltre al servizio prestato in ospedale, specialmente da Sr. Michela e Sr. Rani, vogliamo condividere oggi con voi, il servizio pastorale realizzato nella parrocchia di San Giuseppe.
Lavoriamo insieme ai padri e fratelli Carmelitani e padri Claretiani. Il parroco è P. Pio Carmelitano del Congo – Brazzaville. Noi FSCJ prestiamo servizio nelle scuole con l’insegnamento religioso, nella pastorale vocazionale, nel coordinamento della catechesi e nella formazione dei leaders.
Il servizio realizzato nella scuola come insegnamento religioso è una grande sfida, perché la Direzione ci chiede di fare lezione a mezzogiorno; siamo contente con questa apertura, anche se incontriamo i ragazzi nel momento in cui sono già stanchi, ma con creatività e molto amore assumiamo questa missione in collaborazione con i novizi carmelitani e claretiani. Possiamo dire che i risultati sono visibili per la partecipazione alla messa, così come nel cercare di regolarizzare la propria situazione di cristiani che non hanno ricevuto né la prima comunione, né la cresima, così come la partecipazione dei ragazzi nei diversi movimenti della Chiesa: corale, chierichetti, gruppo di preghiera, gruppo vocazionale e tutti i lavori concreti della comunità cristiana.
Per ora due sorelle si occupano della Pastorale, con servizi diversi: Sr. Julia presta servizio nella scuola di Mbedoumou, con un gruppo di ragazzi a cui insegna religione e con un altro gruppo di ragazzi a Yen un piccolo paese vicino a Zamokoe. Mentre io quest’anno presto servizio di coordinamento della catechesi in parrocchia, o meglio, di un piccolo Centro di Catechesi con una équipe di laici/e. Insieme camminiamo lasciando segni di organizzazione e di perseveranza, nonostante le sfide anche economiche. Come équipe stiamo organizzando un progetto di insegnamento religioso nelle scuole, avendo come obiettivo quello di programmare i contenuti e il metodo per poter evangelizzare e testimoniare in maniera nuova e pianificata con un linguaggio comune, tenendo in considerazione l’età dei ragazzi, per rendere possibile una crescita graduale nella fede e nell’esperienza di Dio.
Come équipe lavoriamo e cerchiamo di cambiare il metodo di catechesi – passare dalla semplice domanda risposta ad una nuova metodologia: Vedere, Giudicare, Agire, Celebrare e Condividere, non dimenticando l’importanza della conoscenza dottrinale, (fede e vita camminano insieme). Come équipe lavoriamo nella formazione dei leaders e nella formazione delle confraternite.
L’équipe e il parroco sentono che è molto importante utilizzare questa metodologia; percepiamo che le persone (catechiste e altre persone) amano questo nuovo modo di evangelizzare, molti/e ci hanno detto:“Comprendo in modo molto più rapido con questo tipo di insegnamento e posso utilizzarlo anche con i ragazzi della catechesi”.
“Sono contento perché pur essendo un po’ vecchio ho l’opportunità di apprendere cose nuove”.
“Per me è una grande sfida, come posso fare per mutare il mio modo? Ero abituato con la domanda-risposta, ma se voi mi aiutate io mi sento capace di cambiare, perché questo modo di fatto tocca nel concreto della vita ed esige azione…” (fede e vita).
“Sono felice nell’apprendere cose nuove, questo modo semplice d’ insegnare tocca la mia vita e con esso mi sento sfidato a mutare il mio modo, sapendo bene di far la mia parte e lasciando allo Spirito Santo la sua parte…”
Lasciare che Dio sia Dio, nella vita delle persone è molto importante nel cammino di evangelizzazione…
Potremmo condividere molte altre espressioni delle persone che ci sono vicine, ma condividiamo quella del mese di ottobre, mese missionario e mese di Santa Teresa Verzeri. Nella nostra parrocchia e in una comunità vicina, abbiamo condiviso il nostro carisma e siamo state ben accolte – l’abbiamo fatto in modo creativo- con teatro che ha attirato molto l’attenzione delle persone, alcune delle quali hanno detto: “Questa vostra Santa, Santa Teresa Verzeri, io desidero conoscerla di più perché di fatto è una donna di fede… e come voi dite “è una Santa per il mondo”… e siccome è nostra … io voglio conoscerla di più”.
Comprendo che la nostra Fondatrice, Santa Teresa Verzeri, è grande, un vero tesoro. Per questo tocca la vita delle persone semplici con cui condividiamo la nostra fede e la nostra speranza in Dio, cercando di vivere i valori che Gesù ci ha lasciato in eredità.
Nella certezza che il seme sparso con amore ogni giorno produce frutti di vita nuova e la pienezza del cuore di coloro che vogliono seguire i passi di Gesù nella vita di ogni giorno.
Con gratitudine Per la Comunità di Zamakoè – Cameroun Ir. Zenaide Perinazzo fscj
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Palestina, Bethlehem 6-31 luglio 2009
Non ero mai stata prima in Israele, tantomeno in Palestina… I posti, la cultura e i problemi di quella parte del mondo mi erano pressoché estranei, almeno fino a febbraio. Che io dovessi partecipare a questa esperienza era evidente dal modo in cui mi ci sono trovata in mezzo. La proposta mi è arrivata in modo indiretto: tanti passaggi intermedi e un inanellarsi di circostanze favorevoli hanno permesso di poter vivere in modo coinvolgente e totalizzante un progetto inedito e sconvolgente. Di cosa si trattava? E cosa c’era di ”inedito e sconvolgente”? La consapevolezza della presenza di parrocchie cristiane, latine, in territori arabi o israeliani è per me una conquista: famiglie e villaggi di tradizione cristiana in Terra Santa, da ancor prima che in Europa, non sono certo così evidenti nella nostra informazione. Non se ne sentiva parlare molto. Non si pensava a quale tipo di quotidianità conducevano. O erano scontati, o erano invisibili. Proprio all’interno di questa cortina semitrasparente siamo stati partecipi dell’attività estiva più classica di ogni parrocchia: il grest. Quelle ore di intrattenimento che occupa e dà senso alle giornate estive di ragazzi ed adolescenti/giovani è un’iniziativa presente in quasi tutte le realtà di chiesa. Chi non percepisce la forza aggregante del divertimento e del tempo libero speso in fraternità e gioia? Ma cominciamo a vedere cos’è effettivamente accaduto, dal principio… L’anno scorso un gruppo di giovani di Verona, durante un pellegrinaggio, ha assaggiato giusto mezza giornata di quel tempo rilassato e gioiso presso la parrocchia di Beit Sahour (per chi conosce un po’ è dove si trova il Campo dei Pastori, per chi è digiuno siamo a circa 2 km. da Betlemme). Tornato in Italia, qualcuno più intraprendente ha proposto di dare continuità a quel breve momento di condivisione. Dall’idea si è passati al progetto, e da febbraio un gruppetto di giovani ha cominciato ad incontrarsi per prepararsi, per conoscere, per capire, per organizzare. Marco, l’”ideatore”, ha mandato decine di mail. Don Martino, l’”esperto”, ha offerto la sua consulenza, preparato note introduttive e organizzato incontri di formazione umana/storica/biblica/politica. Altri man mano si rendevano disponibili, si prendevano le ferie, si attivavano per la sensibilizzazione e la raccolta di fondi. Da febbraio, quindi, abbiamo cominciato a vederci dentro. Cosa facciamo? E cosa troviamo là? C’era un punto fermo, che è stato poi la nostra forza: il grest è un’attività della parrocchia “indipendente” dalla nostra presenza o meno. Noi eravamo un valore aggiunto, importante ma non necessario. Questo ci ha permesso di pensarci e proporci all’interno delle attività, ma senza pressioni eccessive e con maggior libertà reciproca. Ognuno ha messo a disposizione le proprio abilità, capacità e, comune a tutti, entusiasmo. Stavamo partecipando ad un nuovo tipo di “ponte”, in una zona dove l’unica cosa che si costruisce è un muro. Non tutti potevano permettersi tempi lunghi di permanenza: la durata media è stata di due settimane, soprattutto nella seconda metà di luglio. In 3 siamo partiti dall’inizio, 6 ci hanno raggiunti in tempi successivi. Con don Martino ad introdurci nel nuovo contesto, siamo stati accolti ed ospitati nella parrocchia. In tutto eravamo 6 ragazze e 3 ragazzi. Nota logistica: noi eravamo attrezzati ad adattarci a dormire in spazi di fortuna, con materassino e sacco a pelo. Abbiamo invece ricevuto due stanze in canonica, fisicamente “sfrattando” i tre seminaristi responsabili del grest al piano superiore, accampati con materassi a terra nell’appartamento del parroco. Quando dai 3 iniziali siamo diventati 7, abbiamo anche ricevuto l’uso di un appartamentino autonomo presso una famiglia della parrocchia. Faccio questa sottolineatura perché non riesco più a sentire commenti ai vangeli del Natale che includono il rifiuto ad accogliere Maria. Chi ha sperimentato il senso dell’accoglienza, così estremo in quella cultura, e della sacralità dell’ospite deve trovare nuove chiavi di lettura a quei brani. Io le ho ricevute osservando come erano disposti anticamente gli ambienti delle case: lo spazio più caldo e intimo dove poter partorire era al pian terreno, lontano dagli occhi di tutti i famigliari (e intendiamo “famiglia” in senso allargato) raccolti al piano di mezzo, con il tepore emanato dagli animali radunati lì per proteggersi dal freddo e riscaldare gli abitanti della casa. Maria, quindi, non solo non è stata rifiutata, ma è stata sistemata al meglio delle comodità del tempo, con cura e premura. A noi è capitato lo stesso (senza la parte del parto, ovviamente!). I 3 baldi giovani seminaristi, smessi i paramenti sacri, si sono attrezzati di trapani, scope e quant’altro per preparare l’ambiente ad accogliere 180 ragazzi e una sessantina di volontari. Tutte persone del posto. Nessuna discriminazione verso altre religioni. Maglietta uguale per tutti cosicché tutti si sentissero ugualmente parte dello stesso progetto. Volontari con nome in modo tale che ognuno potesse chiamare e chiedere. E poco importava che arabo ed italiano non si assomigliassero per niente: con i ragazzi la forza di un sorriso e l’universalità dei bisogni ha reso questi primi momenti imbarazzanti, divertenti ma assolutamente superabili mentre inglese e francese aiutavano le relazioni con gli altri animatori. E poi, quale problema poteva essere insormontabile con un seminarista - Ibrahim - che ha studiato due anni in Italia e Abuna Feisal - nonché parroco - che parla correttamente 4 lingue oltre alla sua? È stato affascinante partecipare alla quotidianità della loro vita. Chi pensava che in quei paesi ci si svegliasse tardi, è rimasto sorpreso dalla levataccia alle 6:30, preghiera alle 7, colazione alle 7:30 e accoglienza/inizio attività dalle 8:15… Ogni giorno era vissuto intensamente, non c’è che dire! Non mi dilungo, poi, sul cibo che ha lasciato in tutti il segno (soprattutto nel giro-vita): a tavola si vedeva in modo ancora più evidente come fossimo approdati in un universo parallelo. Al di là dei gusti personali, comunque, pita e humus hanno segnato in modo indelebile la nostra dieta. E la convivialità ha reso anche l’approccio ai cibi un momento di conoscenza reciproca e di scambio di ricette. Accanto alle loro saporitissime insalate, dunque, c’è stato spazio per i nostri spaghetti e, ovviamente, la PIZZA! Il pomeriggio, quando non c’erano incontri di preparazione o qualche attività particolare, si poteva andare in esplorazione. Per la maggior parte siamo rimasti in zona, con qualche sortita a Gerusalemme. Gli spostamenti erano molto limitati dai mezzi di trasporto e dalle misure di “sicurezza” dei check point. Nonostante il passaporto “rosso” ci desse non poche libertà di spostamento era impossibile non rendersi conto dei disagi. I 10 km che ci separavano da Gerusalemme, infatti, occupavano dai 60 ai 120 minuti (fa ancora più effetto che dire 1 o 2 ore, vero?)… e noi non correvamo il rischio di essere rispediti al mittente, cosa non così infrequente tra i palestinesi (che pure avevano un regolare permesso israeliano dato che gli altri nemmeno si provavano). Torniamo al grest. Le attività dei ragazzi erano organizzate a gruppi suddivisi in base all’età. Ogni gruppo era accompagnato da 2/3 animatori (anche se la maggioranza erano ragazze) e si muovevano in modo quasi-ordinato attraverso 5 tipi di laboratori diversi ogni giorno. Il gruppo dei piccoli, età materna, avevano, invece, animatori ed attività pensate apposta per loro, separati dal resto dei grandi tranne che nei momenti di intervallo e nelle grandi attività a cadenza settimanale. I laboratori erano di manualità, cucina, giochi, piscina, musica (cetra e canto francese), dottrina, danze popolari, karate, informatica. Ci sono stati un paio di appuntamenti speciali: con la polizia per l’educazione stradale, e con i vigili del fuoco. È stata poi organizzata una piccola competizione di corsa per ogni fascia d’età, una grande fiera con giochi/stand gastronomici/premi per l’intero nucleo familiare e la festa finale con i saluti ed un breve spettacolo conclusivo. Una cosa sola manca rispetto ai nostri grest: la gita. Ogni cosa che si organizza è letteralmente “ancorata” al territorio. E non per scelta! Il giorno più bello che ricordo, comunque, è il venerdì della terza settimana. Il nostro gruppo è stato incaricato di organizzare e condurre dei giochi per alcuni disabili, per lo più mentali, ospiti di un centro diurno musulmano. Tali ragazzi, giovani ed adulti, e le loro accompagnatrici sono stati accolti nella palestra della parrocchia, hanno trascorso le prime ore della mattinata con noi e poi hanno raggiunto il resto dei ragazzi del grest. Dopo la merenda hanno proposto un piccolo spettacolo di teatro, semplice e simpatico, e poi hanno partecipato alle canzoni e alle danze degli altri ragazzi. Tanti e tali incontri mi hanno colpito in modo particolare, con profonda tristezza ma anche speranza. Questo gruppo di donne volontarie, soprattutto madri o sorelle di alcuni degli ospiti, stanno coraggiosamente sfidando e, nel loro piccolo, vincendo tremendi e consolidati pregiudizi: soprattutto - ma non solo - nel mondo musulmano c’è un pesante isolamento e/o ostracismo verso l’handicap e la donna. Una simile occasione, poi, ha reso visibile come di fronte a problemi così gravi della società non possono esistere barriere di religione od etnia, ma solo condivisione di cura e solidarietà. Ho già accennato ad alcuni problemi, quindi: check point, muro, arretratezza dei mezzi di trasporto, politiche familiari… Una domenica mattina, però, vi svegliate e andate a prepararvi un caffè, aprite il rubinetto e non trovate acqua. La cosa vi destabilizza. E vedete che anche il vostro amico, o seminarista, o la cuoca, apre il frigo e recupera dell’acqua in bottiglia per finire di farsi la barba o preparare da mangiare. Perché? Non c’è un perché… semplicemente, ogni tanto, qualcuno chiude il rubinetto e lo riapre alcuni giorni dopo. E voi dovete pagare (extra) un’autocisterna che vi porti dell’acqua potabile. Punto. Quando vivi sulla tua pelle certi disagi e certe gioie ma sai che dopo qualche settimana torni a casa tua, nella tua piccola realtà sicura, corri il rischio di dimenticare e/o di ridimensionare e/o di categorizzare. In fondo tutti i cattolici sono buoni e ospitali. I cattivi sono gli israeliani. I palestinesi sono vittime. Noi siamo più bravi. Gli arabi sono misogini. La ragione di questo testo e delle sue immagini è che nonostante pochi input sorga il desiderio di essere attenti alle nostre etichette. C’è un mondo arabo che ci spaventa e che “a casa nostra” tendiamo a rifiutare. C’è lo stesso mondo che, seppure in un contesto protetto, ci ha accolti e ci ha sfidati a superare la nostra forma mentis per renderci compagni di viaggio. Possiamo vedere le differenze come qualcosa da eliminare. Possiamo cogliere la semplificazione e l’omologazione come LA strada verso la globalizzazione. Possiamo crogiolarci nel nostro piccolo nido e sentirlo sicuro o minacciato, ma comunque l’unico posto dove poter stare. Io non la vedo più così. Due slogan hanno accompagnato la nostra avventura. Condividiamoci, cioè mettiamoci in gioco e lasciamoci coinvolgere. Una terra, due popoli, tre religioni, cioè rifiutiamo la semplicità per vivere la complessità e, spesso, la mancanza di risposte facili. Abitiamo la contraddizione e il non risolto. Proprio la condivisione e la complessità sono i binari su cui poter innestare qualunque seme di speranza e di possibile soluzione. E questo è ciò che posso dire di aver cominciato ad intuire al termine di questa esperienza. E questo è l’inedito e lo sconvolgente passo per costruire relazioni più autentiche nella nostra Italia e nel resto del mondo. Lucia Bombieri
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Dall’Australia P. Ennio
Carissimi, Tanti auguri di Buon Natale e Buona Anno a tutti voi. E’ la prima volta che vi scrivo dalla nostra parrocchia del Sacro Cuore in cui mi sono recentemente trasferito. Certo la vita quotidiana in un collegio è molto differente da quella in una parrocchia, ma lentamente mi ci sto abituando. Molto è cambiato ma qualcosa di importante è rimasto. Ciò che è cambiato è l’ambiente. Mentre prima gli studenti e la comunità erano al centro delle mie attenzioni e preoccupazioni ora è la comunità italiana della parrocchia, soprattutto gli anziani. Devo organizzare il mio tempo in modo da esser libero di andare a trovare regolarmente chi non può venire in chiesa causa gli acciacchi della vecchiaia e chi durante la settimana è da solo. La solitudine è una gran brutta roba e me ne accorgo sempre di più. Mi imbarazza vedere come sono grati per due chiacchiere con loro. Quello che resta e anzi aumenta, è il mio lavoro accademico. Il mio superiore provinciale ha scritto: ‘tu sei nella parrocchia per il preciso compito di studiare, ricercare e servire la comunità italiana.’ Anche se adesso non devo più preparare lezioni per la facoltà, resta il mio lavoro con la Nuova Guinea. Devo pubblicare i miei documenti sia sulla storia di Yobai, la parrocchia che ho fondato, che sulla religione e cultura della Nuova Guinea. Ho usato il singolare – religione e cultura – perché mi limiterò alla zona in cui ho lavorato e che conosco meglio. Il fatto che sono pensionato spero mi dia più tempo per scrivere prima che la memoria e le forze se ne vadano. Tutti mi dicono che non dovrei preoccuparmi, perché la mia salute è ancora eccellente. Ma è appunto per questo che devo affrettarmi: chi ha tempo non aspetti tempo. Le sorprese fanno parte della vita. Di nuovo tanti auguri e che il Signore vi accompagni. P. Ennio
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Dalla Repubblica Democratica del Congo: lettera da Kinshasa
Dal “Bollettino” della Congregazione
Carissimi tutti
Siamo ritornate a Kinshasa l’8 marzo, arrivate il giorno stesso nella nuova casa di locazione a Pascal (Kinngasani) comune di Kimbanseke, parrocchia S. Bonifacio. Come previsto, col curato della parrocchia ed i proprietari della casa, i lavori della casa avrebbero dovuto essere fatti prima del nostro arrivo, ma non è stato così! Arrivate a Kinshasa, domenica alle ore 11 prendiamo la via di casa e quando arriviamo troviamo le persone che stanno lavorando per riordinarla. Pazienza…deponiamo i nostri bagagli e ci riposiamo un po’ approfittando di alcune sedie che gentilmente hanno portato i vicini.
Dopo 11 pesanti ore di viaggio e la lunga attesa al porto fluviale, siamo affamate, assetate, stanche.
Le persone vengono a farci visita, soprattutto i cristiani della nostra parrocchia che abitano nel quartiere, rassicurandoci che sono vicini a noi e che non dobbiamo sentirci sole nel quartiere.
Finalmente verso le ore 17 arrivano i bagagli! Abbiamo appena il tempo di sistemare alla meglio le cose che si fa buio…siamo senza luce e senza acqua…
Per tutta la settimana i parrocchiani non hanno smesso di venire a farci visita per fare la nostra conoscenza.
La casa è a dieci minuti di cammino, a piedi, dalla parrocchia: una casa di 4 camere, 2 bagni, 1 cucina ed un salone abbastanza grande ed un piccolo spazio per i fiori. E’ un quartiere popolare con parecchie sette, ma ci sono anche molti cristiani.
Dal nostro arrivo in poi ci siamo prese il tempo di conoscere e di visitare soprattutto le famiglie vicine, quelle delle CEVB (comunità base) di cui anche noi facciamo parte.
Il 10 marzo durante la S. Messa, il curato ci ha presentato ai parrocchiani. Il 16 domenica successiva al nostro arrivo, durante la S. Messa il vicario ci ha dato il benvenuto e noi abbiamo avuto l’ occasione di presentarci in forma ufficiale.
Per la pastorale parrocchiale il curato ci ha chiesto la collaborazione come responsabile dei catechisti e dei giovani, oltre a questo abbiamo da seguire un gruppo di ragazze in ricerca vocazionale: facciamo incontri formativi ogni ultima domenica del mese, accogliamo le ragazze che vengono da fuori città per periodi di esperienza ed una volta la settimana suor Gisèle fa il catechismo ai bambini del quartiere e ai bambini della CEVB e, ogni giovedì, alle ore 18 partecipiamo alla CEVB del nostro quartiere e poi insegniamo alle ragazze lavori femminili.
Il nostro più grande problema è l’acqua e l’elettricità: per avere dell’acqua bisogna aspettare anche 24 ore. Ma da oggi c’è un piccolo miglioramento, speriamo che continui così…
Ed inoltre stiamo facendo i conti con una grande “instabilità” monetaria: il dollaro non smette di salire ed i prezzi aumentano. Ma cerchiamo di vivere al ritmo di qui evitando tutto quello che non è strettamente essenziale.
Contiamo sulle vostre preghiere per questa missione in Congo.
Suor Gisèle e suor Lucie
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Dalla casa di accoglienza di Bimbo – Centrafrica
Dall’anno duemila ad oggi nella “Casa d’accoglienza” S. Cuore per bambini orfani e vulnerabili, abbiamo reinserito circa trenta ragazzi di cui riusciamo a seguirne attualmente diciotto. Non sempre la situazione familiare è favorevole, anzi spesso è difficile e ad ogni fine settimana quando i ragazzi reinseriti ritornano al centro per i corsi di artigianato del vimini o di agricoltura o di taglio e cucito, si mettono in cammino per chilometri e chilometri per arrivare all’ ”Oasi del S. Cuore”, dove ritrovano il calore umano dell’accoglienza, l’energia di un buon pasto, l’acqua a disposizione per una fresca doccia senza la fatica di attingerla e la forza per ripartire verso la dura realtà che li circonda. A casa c’è spesso una zia dal cuore di matrigna che li tratta come “Cenerentola”...sono pochi quelli che hanno la nonna o qualche altro membro della famiglia allargata che li ama e rispetta con dignità. Nell’accompagnamento periodico cerchiamo di stare a loro fianco per incoraggiarli,per difendere il tempo e l’importanza da dare alla scuola o alla formazione professionale cercando di far capire tutto ciò a una parentela troppo esigente per quanto riguarda il lavoro in casa,tanto che i nipoti non possono dedicare tempo ad altro. Dunque ogni sabato i nostri ragazzi anche se il cammino è lungo ritornano piacevolmente in quell’oasi (che per anni si è presa e continua a prendersi cura della loro esistenza) per ritrovare quella pace, quel contatto amichevole che fanno fatica a percepire nel loro quotidiano familiare.
Cari amici benefattori...essere casa aperta per donare pace a chi entra come ospite: questa è la nostra realtà . “Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi”(Mt.10,11). E’ necessario porre le condizioni adatte per liberare la pace nel cuore dell’ospite. Approfittiamo di questa lettera di collegamento per manifestarvi la nostra sincera riconoscenza perché il vostro contributo puntuale e fedele ci aiuta a spalancare le porte della nostra casa a questi ragazzi che continuano ad essere bisognosi di sostegno materiale, morale e spirituale. Sr Paola, sr Elisabetta, sr Sandra, sr Diana e tutti i bambini.
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dall’Australia
Un’altra comunicazione di P. Ennio con buone notizie
Saluti. Questa volta ho belle notizie. L’emergenza incendi è finita. Martedì avevamo 5.000, sì, cinque mila pompieri con i loro automezzi e elicotteri a combattere le fiamme. Con il vento che era previsto raggiungere 150 Km orari e temperature sopra i trenta si temeva il peggio. Grazie a Dio, il vento ha raggiunto ‘solo’ i 125 Km orari, ma ha portato anche della pioggia, non abbastanza per spegnere i fuochi, ma abbastanza per contenerli. Quel poco di pioggia ci ha salvati e già Mercoledì i pompieri venuti dagli altri stati hanno cominciato il rientro e giovedì gli abitanti dei centri in pericolo hanno potuto ritornare a casa. Gli incendi continuano, ma ora sono sotto controllo e speriamo che venga ancora qualche pioggia a darci una mano.
Ora comincia la ricostruzione delle comunità distrutte. Sono duemila case distrutte e i morti accertati sono 210, ma una trentina di persone mancano all’appello. La polizia sta ancora cercando tra le ceneri per possibili tracce di queste persone.
Hanno già cominciato a costruire villaggi temporanei con case prefabbricate in cui la gente può vivere fino che ricostruiamo le loro case. Si continua a raccogliere per le vittime degli incendi e ora sono parecchie centinaia di milioni di dollari che sono già stati donati oltre a tante altre cose.
In questa parte dell’Australia, data la natura della zona, dobbiamo convivere con gli incendi, però si cerca di imparare da quello che è successo. Con le temperature in continuo aumento non sarà facile, ma già si lavora a stabilire nuove norme di sicurezza prima di cominciare la ricostruzione. Tutti però sono d’accordo che contro la violenza della natura come durante quello che ormai chiamiamo il Sabato Nero, c’è ben poco da fare.
Augurandovi ogni bene,
Ennio
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Da Agnibilekrou : Il piccolo principe dal volto nero
UN PICCOLO PRINCIPE dal volto nero, è planato nel cortile della Parrocchia di Agnibilekrou in Costa d’Avorio il giorno dopo l’atterraggio di fortuna del grande pilota Antoine de Saint-Exupéry. Alla ricerca di un interlocutore, il piccolo ometto ha cominciato a chiedere (come fa ormai dal 1943) all’aviatore stesso, preoccupato di riparare il suo velivolo in panne in pieno deserto del Sahara: “S’il vous plaît… dessine-moi un mouton!” (“Per favore, disegnami una pecora”!) Eh, sì, il piccolo principe qui parla la sua lingua d’origine: il Francese. Il recital si è aperto con la proiezione del disegno di una pecora “molto malata”, secondo il parere del Piccolo Principe, immagine che ha catturato subito l’attenzione e la curiosità di un folto pubblico di giovani e adulti.
Don Massimo ha fatto costruire il mezzo velivolo, quel tanto che serviva e che in prospettiva ti lasciava immaginarne l’altra metà, con elica appropriata; ha scelto con cura gli attori, ha fatto cucire per ciascuno l’abito del personaggio, ha creato una coreografia accattivante e moderna: le luci, i canti, il sonoro sono stati ben coordinati attraverso: consolle, impianti di diffusione, microfoni , tutti strumenti precedentemente acquistati ad Abidjan, la Capitale della Costa D’Avorio, con il sostegno economico dei genitori e degli amici italiani dello stesso don, proprio per avviare l’attività teatrale di cui lo stesso sacerdote è esperto. La proiezione gigante dei disegni richiesti dal Piccolo Principe fino a quello della pecora che dorme dentro la scatola, ma l’unica capace di convincere il piccolo protagonista, è stata un’idea intelligente; i balli interpretati da un gruppetto di ragazzi e ragazze abbigliati anni ’60, hanno creato quel tocco di modernità ed hanno accompagnato, assieme al narratore, il piccolo cercatore di amici nel grande viaggio tra gli Asteroidi.
Abituati a vedere in copertina un Piccolo Principe dai capelli “del colore del grano” e un po’ sparati al vento questa volta Christoph, è un bellissimo ragazzetto dalla pelle nera, con dei lineamenti finissimi; egli ha offerto l’immagine di un Piccolo Principe Africano come il deserto del Sahara. Egli per salvare la sua rosa affettivamente così… delicata, che non sa come difendere dai pericoli, piega verso di sé l’improvvisato… meccanico, lo distoglie dalla sua preoccupazione così terrestre, attraverso quel “misterioso paese delle lacrime”. I giovani attori hanno saputo interpretare molto bene il proprio personaggio: - l’Aviatore, che alle prese con martello, bulloni, fame e sete cerca di accontentare con i vari disegni il piccolo ometto “che mai dimenticava una domanda una volta che l’aveva posta” e lo fa meglio che può, superando lo smacco… “di aver abbandonato, all’età di sei anni, una magnifica carriera da pittore” dedicandogli del tempo, ma mirando a non superare gli 8 giorni di panne, decisi dalla scarsità dell’acqua; - il Re avvolto nella sua boria di voler comandare a tutti i costi su qualcuno… e che pretende di trattenere il piccolo suddito per avere almeno qualcuno cui chiedere l’obbedienza già che “l’Autorità si poggia sulla ragione”; - il Vanitoso che non intende altro che gli elogi ed è seduto ad aspettare ammiratori; - il Matematico che ricomincia milioni di volte il conto dei milioni di stelle, illudendosi di possederle solo per il fatto che le conta e le riconta…
E’ serio, lui!; - il Lampionaio, l’unico personaggio che il Piccolo Principe non trova ridicolo e che si dispiace di lasciare forse perché “lui, almeno, si occupava di altre cose che di se stesso...”. Questo “lampionaio” ha creato una suggestione scenica particolare con quel suo accendere e spegnere il lampione con una perfetta sincronia tra il suo toccare il vetro con l’asta, e quello del tecnico delle luci che operava, nascosto presso la consolle; - la Volpe che con il suo segreto: “…non si vede bene che col cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi”! riesce ad illuminare il cuore del Piccolo Principe, e aggiunge: “…è il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che fa la tua rosa importante”! Poi, per non perdere l’amico, si permette di avanzare la sua richiesta: “Addomèsticami !... io ascolterò il rumore dei tuoi passi che saranno come una musica. Vedi, laggiù, i campi di grano? I campi di grano non mi dicono niente, ma tu hai dei capelli color d’oro. Allora ciò sarà meraviglioso quando tu mi avrai addomesticato! Il grano che è dorato mi farà ricordare te. E io amerò il fruscio del vento tra il grano… Per favore, addomesticami! - Io lo voglio, ma io non ho molto tempo: ho degli amici da scoprire e molte cose da conoscere. - Non si conoscono se non le cose che si sono ammaestrate. Gli uomini non hanno più il tempo di conoscere niente. Acquistano le cose presso i mercanti. Ma poiché non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami!
Tutti i presenti hanno apprezzato “l’opera” che voleva dare a tutti i presenti l’opportunità di riflettere sulle semplici verità racchiuse in tante suggestioni; hanno applaudito gli attori, ma in particolare don Massimo il quale ha annunciato di ripetere presto la rappresentazione in un’altra zona di Agnibilekrou ed anche fin su al Nord, a Tanda. Ciascuno ha potuto ritrovarsi qua e là tra i personaggi riconoscendo che i difetti o qualche tocco di sapienza… forse, ci sono anche in noi, un po’ mescolati e anche noi vaghiamo nei nostri mille pianeti quelli delle nostre aspirazioni alla ricerca… di qualcosa. Noi possiamo lasciare idealmente il Piccolo Principe, troppo virtuale e intrattenerci con il Grande Re presente nel nostro piccolo-grande pianeta che è il cuore dove Egli ci può ammaestrare, se lo vogliamo. Fatti ad immagine del Gran Re del cui Amore siamo una scintilla, possiamo entrare nella sua amicizia e trovare la salvezza, quella dell’Agnello immolato che ricrea l’immagine perduta.
Sr.Maria Grazia Astori
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Dall’Australia
P. Ennio Mantovani, nipote di sr. Maria Mantovani,è da molti anni in Australia . E’ Verbita e antropologo e tiene corsi all’università in Nuova Zelanda e in Australia . Ogni tanto manda notizie. Qui racconta degli incendi che hanno, in questo periodo, devastato l’Australia. Notizie di chi vive in questa realtà e che abbaimo trovato interessante fare conoscere a tutt.-
Si alza il sole non so mai se sia il rosso del fuoco o solo il rosso di mattina. Probabilmente ambedue. I morti sono fermi a 181 ma sappiamo che nelle case bruciate – due mila! – ci sono ancora resti umani che devono cercare di identificate. Sono arrivati specialisti dall’estero a dare una mano ai nostri in questo lavoro che forse durerà per qualche mese. I fuochi continuano ma si spera poter salvar almeno i centri abitati. Un altro grosso problema è l’acqua potabile per Melbourne che si trova nei laghi della zona nonché le linee di alta tensione che portano elettricità in città. Alcune migliaia di pompieri specializzati cercano di contenere gli incendi per impedire che tocchino sia i centri abitati che l’acqua potabile e le linee d’alta tensione.
Quelli che combattono gli incendi non sono pompieri come quelli di città. Sono specializzati in quel lavoro. Hanno il loro sofisticato centro di coordinamento, i loro mezzi speciali sia di terra che di aria. La Nuova Zelanda ieri ha mandato un contingente di tali pompieri. L’ ultima volta che sono venuti ad aiutarci parecchi sono finiti all’ospedale con gravi ustioni. E’ il rischio che corrono nella foresta: il fuoco può prenderli a Tradimento alle spalle e chiuder loro le vie di scampo. Eppure sono tornati a dare una mano ai nostri. Quelli del Vittoria hanno aiutato loro ed ora sono qui a darci man forte.
E’ incredibile il senso di solidarietà tra la gente. Ieri in televisione abbiamo visto contadini del Qeensland che hanno caricato balle di fieno e si sono messi per istrada con i grossi TIR per portare aiuto ai contadini di qui che hanno potuto salvare qualche bestia ma hanno perso tutto il foraggio. Sono alcune migliaia di Km che debbono percorrere ma lo fanno in solidarietà con quelli del Vittoria. Si pensa che siano periti circa un milione di animali tra selvatici – canguri, koala, ecc. – che domestici – pecore, mucche, cavalli, ecc. Quelli sopravvissuti non trovano più erba da mangiare. Quelli del Nord che soffrono causa le inondazioni pensano ai colleghi del Sud che hanno perso tutto nel fuoco. La solidarietà è forse la virtù più spiccata degli australiani.
E’ tutto per il momento. P. Ennio Mantovani
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Dal Distretto africano scrive sr. Mariangela Piazza
Il 30 novembre partenza da Bangui e arrivo a Brazzaville capitale del Congo dopo un’ora e mezza di volo con ToumAir. Essendo domenica non c’è la possibilità di attraversare il fiume e arrivare a Kinshasa… Suor Alphonsine, una suora della Provvidenza, mi accompagna al porto e resta con me dalle 7.00 del mattino fino alle 11.00, sempre per il problema del visto che si risolverebbe con l’offerta di denaro…ma basta pagare con un po’ di pazienza per ottenere il laisse-passer gratuito e risparmiare così i “soldi dei poveri”. Sr. Alphonsine ha atteso fino all’imbarco sulla canoa veloce che mi avrebbe portato all’altra sponda in Congo Democratico. Il viaggio seppur breve non è privo di emozioni perchè l’acqua è molto alta: siamo alla fine della stagione delle piogge…ed essendoci stato qualche incidente…siamo aiutati ad affidarci a Colui che ha camminato e cammina sulla acque! Sbarcata all’altra riva scorgo da lontano Sr.Lucie che mi attende fin dal mattino. Le suore della Visitazione di Kinshahsa ci accompagnano con la loro macchina fino alla dimora provvisoria delle FSCJ a Kinsshasa: una piccola casa presa in affitto dai Fratelli Maristi. A 500 metri circa c’è una casa di formazione dei Padri Passionisti.
Iniziamo le ricerche per trovare una casa in quest’immensa città dove attendiamo di trovare il luogo di missione per poter servire i fratelli animate dalla carità del Cuore di Gesù. ….cerchiamo di captare ogni segno…teniamo cuore, mente, occhi e orecchi aperti. Il giorno seguente arriviamo in Arcivescovado per cercare d’incontrare il cancelliere dell’Arcivescovo di Kinshasa e sapere a che punto è il nostro “dossier” presentato nell’aprile scorso. Per fortuna portiamo un copia ancora con noi…l’altra non si trova e per scusarsi ci dice che saremo la prima Congregazione che avrà l’udienza dall’Arcivescovo, al suo ritorno da Roma dove si era recato per la preparazione al prossimo Sinodo Africano. Il giorno seguente partecipo con Sr. Lucie all’incontro mensile dei Superiori Maggiori residenti a Kinshasa: interessante questo incontro che mette sul tavolo i problemi incontrati dalle Congregazioni nella capitale e in tutto il Congo Democratico. Il problema n° 1 è la guerra a Nord-Est del paese che non toglie ai missionari il coraggio di restare accanto al popolo che soffre e muore ingiustamente.
. 8 Dicembre 2008 – Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria. Purtroppo è un giorno feriale e questa grande festa passa un po’ sotto silenzio… Ricominciamo le ricerche, purtroppo la casa che avevamo sperato di poter prendere in affitto non è disponibile, perché gli inquilini rifiutano di lasciarla libera…ce ne sono altre, ma da ristrutturare! Si tratta di piccole case che non esigerebbero tanto, ma il prezzo del cemento è proibitivo per il momento! E continuiamo a cercare…Quando viene fatta una proposta, si pensa sia secondo i nostri parametri…ma non è così! E allora la pazienza deve essere di casa altrimenti non si potrebbe continuare.
I giorni passano e l’appuntamento con l’Arcivescovo non è annunciato: andiamo in centro città per sollecitare ancora una volta l’incontro con l’Arcivescovo per avere il Decreto che ci autorizza ad aprire una casa di missione a Kinshasa. Preghiamo tutti gli angeli e i santi…e finalmente dopo aver riempito il modulo per la visita all’Arcivescovo, il cancelliere commosso dalla nostra costanza ci ottiene il sospirato appuntamento per l’indomani, ore 11.30! Mentre attendiamo, parliamo delle lunghe attese della Fondatrice a Roma per la sospirata approvazione dell’Istituto…e la ringraziamo per la sua costanza. La tentazione di lasciare è sempre dietro la porta, ma chi lascia ha già perso! Ci risuona nel cuore “Scies postea” anche se non ha tempi quel dopo!
Parlando con un parroco di Kinshasa, l’avevo pregato di chiedere ai cristiani che cosa volessero da una comunità religiosa in parrocchia…la risposta, diversa dall’attesa, è la seguente: “Le FSCJ secondi il loro carisma saranno “implantèes” in un quartiere popolare, dove troveranno i poveri: la “parcelle” trovata non è lontana dalla Parrocchia: le suore opereranno nella formazione cristiana dei bambini e dei giovani…in attesa di altre opere specifiche della Congregazione: noi pensiamo che la vostra presenza è preziosa per compiere la missione di Cristo tra i poveri. Dal quartiere si accede con una certa facilità al centro città.
10 Dicembre 2008 – Questo giorno resterà memorabile nella storia della nostra presenza in Congo. Infatti alle ore 16.45 abbiamo l’udienza con l’Arcivescovo di Kinshasa, Mons. Laurent Mossengo. L’incontro è cordiale: poche parole scambiate, ma molto importanti…”Si, volentieri, con tutto il cuore vi do il decreto di fondazione in RDC, vi benedico…e che cosa farete? “Vivremo la carità…e non escluderemo se non ciò che non è carità”… Una cordiale stretta di mano, un sorriso e con la benedizione del Pastore partiamo con una gioia grande nel cuore…e a ogni gradino: Grazie Signore… la mia anima magnifica il Signore e il mio spirito esulta…!!! Ritorniamo felici a casa per condividere con Sr.Bernardette la grazia ricevuta e facciamo un po’ festa insieme.
Continuiamo la ricerche e visitiamo le famiglie della novizia e delle postulanti congolesi che sono a Bangui. Ci sembra di essere a casa: la loro gioia di conoscere le suore che vivono con le loro figlie e la nostra, di conoscere i parenti delle figlie che vogliono entrare nella nostra famiglia, si traduce non solo in uno scambio di doni, ma nella promessa di preghiera reciproca che renderà solidi i legami che ci uniscono. Il tempo trascorre velocemente e arriva il momento della “separazione”! Il fiume che devo riattraversare mi fa gustare l’emozione dei primi missionari che salpavano il mare per salvare le anime… Che il Signore ci dia questo fuoco della missione per rinnovare la nostra fedeltà e il nostro spirito missionario. Sr.Mariangela Piazza
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