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| Domenica, 07 febbraio | | · | Africa :medicina tradizionale o moderna? |
| Venerdì, 15 maggio | | · | Il Papa in Cameroun |
| Venerdì, 20 febbraio | | · | Il Kosovo indipendente e il mondo |
| Mercoledì, 29 ottobre | | · | Visita del Papa in Cameroun a marzo |
| Sabato, 05 luglio | | · | Il mio Kosovo |
| Venerdì, 14 marzo | | · | Balcani: Albania e Kossovo |
| Venerdì, 07 marzo | | · | Il mito del Kossovo |
| Sabato, 01 marzo | | · | Kosovo:logica stato-nazione |
| Lunedì, 18 febbraio | | · | Proclamata l'indipenza in Kossovo |
| Venerdì, 15 febbraio | | · | Kossovo:17 febbraio |
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Guaritori tradizionali o medicina scientifica ?
Per sociologi, medici, storici africani ed internazionali riuniti all’Università cattolica dell’Africa centrale di Yaoundé per un dibattito sul “Pluralismo medico in Africa”, con la mondializzazione e l’urbanizzazione del continente si sta superando la rivalità storica tra le diverse forme di medicina e si tende verso un modello di sanità che integra tutte le cure. “Nelle campagne, in assenza di infrastrutture funzionanti e di centri sanitari, le popolazioni tendono a ricorrere ai metodi più tradizionali, dalle piante ai guaritori, non sempre scientificamente dimostrabili, però efficaci in alcuni casi, e che danno sollievo psicologico” fa notare lo storico Pierre Fadibo, originario della regione dell’Estremo-Nord del Camerun.
“L’urbanizzazione dell’Africa ha introdotto nelle nostre società l’istituzione sanitaria – ospedali e cliniche, pubbliche e private – ma anche ‘nuove chiese’ che propongono una medicina divina basata sulla fede e la preghiere. In città si fa spesso ricorso anche all’automedicazione” dice padre Martin Briba, docente della Facoltà di scienze sociali a Yaoundé. Nel continente, al crocevia tra tradizione e modernità, il pluralismo medico sta diventando sempre più una realtà sociale: diversi metodi coesistono ed interagiscono per formare una “multiterapia” alla quale le persone malate ricorrono, anche contemporaneamente, pur di guarire. Da Douala ad Abidjan, il padre gesuita ed antropologo francese Eric de Rosny studia da decenni le diverse forme di medicina tradizionale africana e la tendenza della società moderna ad integrarla ai metodi scientifici, inventandosi una propria identità sanitaria. [VV] Misna 7/2/10
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UN VIAGGIO RICCO DI SPERANZA
Nell’incontro con l’Africa, il Papa, oltre a consegnare l’Instrumentum laboris per l’assemblea dei vescovi del prossimo autunno, ha spaziato attraverso tutti i grandi problemi che riguardano oggi la Chiesa e la società. Ha soprattutto infuso fiducia e speranza a un continente desideroso di riconciliazione, di giustizia e di pace.
Il viaggio, dal 17 al 23 marzo, si è svolto in due tappe: in Camerun per la consegna dell’Instrumentum laboris della seconda assemblea speciale del sinodo per l’Africa di ottobre e in Angola per ricordare i 500 anni dell’evangelizzazione.
“Figli e figlie d’Africa, non abbiate paura di credere, di sperare e di amare, di dire che Gesù è la via, la verità e la vita”. L’Africa “è chiamata alla speranza attraverso voi e in voi! Con Cristo Gesù, che ha calpestato il suolo africano, l’Africa può diventare il continente della speranza”. Così Benedetto XVI si è rivolto giovedì 19 ai vescovi del Camerun e ai rappresentanti delle Conferenze episcopali d’Africa, ai sacerdoti e ai fedeli, durante la messa in occasione della pubblicazione dell’Instrumentum laboris, nello stadio di Yaoundè. Richiamando la festa liturgica di san Giuseppe, ha esortato i padri e le madri di famiglia ad “avere fiducia in Dio” incoraggiandoli, ha rilevato che “alcuni valori della vita tradizionale sono stati sconvolti” e “i rapporti tra le generazioni” si sono così modificati “da non favorire più come prima la trasmissione delle conoscenze antiche e della saggezza ereditata dagli antenati”. Inoltre l’odierno “esodo rurale” ha profondamente intaccato “la qualità dei legami familiari”. Per questo, “sradicati e resi più fragili, i membri delle giovani generazioni”, spesso “cercano rimedi al loro male di vivere rifugiandosi in paradisi effimeri e artificiali importati”.
Per quanto riguarda il sinodo e l’Instrumentum laboris, la giornata-chiave è stata quella di giovedì 19. Riconciliazione, giustizia, pace, cioè i temi del sinodo, secondo il Papa devono risuonare in tutto il continente africano che “conosce purtroppo in molti luoghi conflitti, violenze, guerre e odio”. Parlando al Consiglio speciale per l’Africa del sinodo dei vescovi, il Papa ha notato che “nel contesto socio-politico ed economico attuale del continente africano che cosa c’è di più drammatico della lotta spesso cruenta tra gruppi etnici o popoli fratelli”. I conflitti locali o regionali, i massacri e i genocidi che si sviluppano nel continente devono interpellarci in modo tutto particolare: se è vero che in Gesù Cristo noi apparteniamo alla stessa famiglia”, non dovrebbero dunque più esserci odio, ingiustizie, guerre tra fratelli”.
DA TESTIMONI N° 7- 15 APRILE 2009
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Lo hanno riconosciuto 54 su 192 dei paesi dell'Onu, 22 su 27 di quelli Ue. Tutti gli altri ancora no. Poco è cambiato ad un anno dall'indipendenza e il Kosovo ancora assomiglia più ad un protettorato internazionale che ad uno stato sovrano È trascorso un anno dal giorno della proclamazione dell’indipendenza kosovara. Un anno in cui, a dire il vero, la situazione in Kosovo non è cambiata molto. Dal 17 febbraio 2008, la neo repubblica si è dotata di una nuova costituzione, di una serie di nuove leggi e di una forza di sicurezza composta da 2500 uomini addestrati dalla Nato. Forza di sicurezza che Belgrado, per voce del ministro degli Esteri Vuk Jeremić, non ha esitato a bollare come “illegale, paramilitare, una minaccia diretta alla sicurezza nazionale della Serbia”.
I rapporti tra Pristina e Belgrado restano tali quali erano in precedenza, nonostante gli appelli della comunità internazionale ad aprire uno spazio di dialogo, sulla base dell’accordo in sei punti accettato dall’Onu lo scorso novembre e riguardante dogane, magistratura, funzionamento della polizia, ecc. Accordo stretto tra Belgrado e l’Onu, ma che non è mai stato accolto da Pristina.
Anche sul fronte europeo non ci sono stati rilevanti passi in avanti. Il Parlamento europeo ha approvato il 5 febbraio scorso una risoluzione con la quale si invitano tutti i membri Ue che ancora non lo hanno fatto a riconoscere il Kosovo indipendente. Risoluzione proposta dal deputato dei verdi olandesi Joost Lagendijk e votata a Strasburgo con 424 voti a favore e 133 contrari. I voti contrari, per la maggiore, sono attribuibili ai deputati dei cinque paesi Ue che non hanno riconosciuto il Kosovo indipendente: Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia.
La risoluzione è stata un debole tentativo di compattare l’Unione sulla questione Kosovo. Debole, anzitutto, perché non vincolante. Tanto che la Grecia e la Slovacchia hanno subito dichiarato che non hanno alcuna intenzione di modificare la propria posizione sul Kosovo. Chiare le parole del ministro degli Esteri slovacco, Jan Škoda: “Nemmeno l’adozione della risoluzione, che non è stata appoggiata dai deputati slovacchi al Parlamento europeo, può cambiare qualcosa riguardo alla posizione della Slovacchia, che è di non riconoscere la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo”.
D’altra parte – ricorda Doris Pack, responsabile al Parlamento europeo per le relazioni con il sud est Europa - “l’Ue non è un unico stato, bensì una comunità di stati in cui ogni stato può decidere in modo individuale. Non siamo gli Stati Uniti e per questo motivo non si può fare niente per cambiare le posizioni di quei membri dell’Ue che ancora non hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo”. La deputata tedesca, però, non dimentica però di precisare che “una cosa è chiara: 27 paesi membri hanno appoggiato la missione Eulex in Kosovo”.
Su scala più ampia sino ad ora solo 54 dei 192 paesi membri delle Nazioni Unite hanno riconosciuto il Kosovo. E se da un lato è vero che questi paesi formano complessivamente oltre il 70% del Pil mondiale, è altrettanto chiaro che il processo di riconoscimento, tanto auspicato un anno fa, ha subito un rallentamento. Decelerazione in parte dovuta anche al fatto che la Serbia ha chiesto alla Corte di giustizia internazionale un parere sulla legalità internazionale dell’atto di dichiarazione di indipendenza. Per la sentenza, anche in questo caso non vincolante, si dovrà aspettare qualche anno.
Sul campo sono intanto spiegati diversi organismi internazionali: Eulex, Ico, Unmik, Kfor. Si va dalla missione europea, al rappresentante speciale europeo, alle forze di sicurezza della Nato, all’amministrazione provvisoria dell’Onu. Un intreccio di poteri e di funzioni che rende difficile capire chi decide cosa in Kosovo.
Oggi il Kosovo rimane più simile ad un protettorato che ad un paese indipendente, e Peter Feith, Rappresentante speciale dell’Ue in Kosovo, ha fatto notare al Parlamento europeo che “non si sa quanto tempo dovrà trascorrere prima che il Kosovo raggiunga una piena indipendenza”.
A un anno dall’indipendenza, poi il nord del Kosovo resta ancora una zona separata dal resto del territorio. Sempre Feith ha precisato che l’integrazione del nord del Kosovo in un unico sistema è “un compito pericoloso”, e per risolverlo è necessaria una politica di “buone relazioni”, solo così – secondo Feith – il Kosovo potrà raggiungere la “piena indipendenza”. Per essere più espliciti, il Kosovo non può fare a meno di una normalizzazione dei rapporti con la Serbia.
Belgrado e Pristina, però, sono ancora molto distanti. A partire dalle celebrazioni. Se Pristina celebrerà il 17 febbraio come giorno dell'indipendenza, Belgrado considera tale data un “giorno nevralgico” - parole del responsabile degli Esteri Jeremic - col timore che il nord del Kosovo diventi teatro di scontri, e farà di tutto per ricordare il 17 marzo 2004, giorno delle violenze antiserbe in Kosovo. Per un'indipendenza accompagnata da sovranità effettiva si dovrà ancora attendere.
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Gli abitanti del Camerun hanno appreso dai telegiornali che il Santo Padre verrà nel nostro paese e in Angola il prossimo mese di marzo. La notizia è stata accolta con grande soddisfazione, suscitando gioia tra la popolazione, la comunità cattolica e le autorità ecclesiali del Camerun. In questi giorni, le prime pagine di tutti i giornali nazionali sono dedicate alla visita di Benedetto XVI”.
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Sociologa, giornalista ed ex consulente per le Nazioni Unite, Anna di Lellio traccia un profilo del Kosovo odierno, facendo riferimenti alla storia recente e ai miti di nuova formazione, alla comunità internazionale e alla società albanese. Nostra intervista Lei è stata per molti anni qui a Pristina, lavorando anche come consigliere dell'ex-premier Agim Ceku. Quali sono stati suoi incarichi in Kosovo?
Sono arrivata per la prima volta in Kosovo nel 1999, il primo giorno dopo la fine dei bombardamenti Nato. Il 13 giugno sono entrata con le truppe tedesche della Nato a Pristina. E' stata un'emozione fortissima. All'epoca lavoravo col programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite. Non sapevamo quale fosse la situazione in Kosovo, se la gente avesse da mangiare, quanti erano stati uccisi. Non ho mai dimenticato quel momento. Allora ho cercato di tornare. Sono venuta di nuovo nel 2000. Ho prodotto un documentario per il canale “Rai Tre” della televisione italiana e poi sono tornata ancora nel 2001. Sono stata prima Temporary Media Commissioner e poi ho lavorato con il primo ministro Agim Ceku. Da allora continuo a venire ogni anno. Sono molto attenta verso la situazione politica in Kosovo. E' paese che amo moltissimo, ne amo la gente, secondo me così simile agli italiani.
Lei ha anche curato un libro intitolato “In favore del Kosovo”. Di cosa parla?
L'idea del libro e nata dal fatto che, conoscendo bene gli albanesi e vivendo all'estero, sono sempre stata molto sorpresa e colpita dall'immagine negativa che il Kosovo e gli albanesi hanno in alcune parti del mondo. Diciamo che una propaganda molto forte li ritrae solo come musulmani, criminali e terroristi. Ho messo insieme le opinioni di accademici e studiosi più o meno noti, che hanno risposto alle mie domande sul Kosovo. In modo particolare hanno collaborato a questo libro, Noel Malcolm, Ivo Banac, Isa Blumi, Besnik Pula, autori internazionali, ma anche albanesi. E hanno detto quella che è la verità, senza esagerare dal punto di visto degli albanesi, ma la vera storia di questa parte del mondo, che è dominata per molti secoli dalla presenza albanese, non solo albanese, ma soprattutto albanese.
Lei ha scritto anche un saggio sul “mito” di Adem Jashari, che in Kosovo è stato “santificato” in seguito alla sua uccisione, insieme a 56 membri della famiglia, nella lotta per la libertà. Come vede il ruolo che questo mito gioca nella società kosovara, ma anche nella sua vita politica?
E' un ruolo fondamentale, si può dire. La guerra è cominciata con il massacro della famiglia Jashari a Prekaz. E' fondamentale, poi, anche il modo in cui questo massacro è stato ricordato, commemorato, e che cosa rappresenta per la libertà e l'indipendenza del Kosovo. Io mi sono interessata a questo massacro perché ho notato quanto oggi sia molto evidente l'esistenza di una lotta tra internazionali e locali nel definire la storia recente del Kosovo. La storia recente del Kosovo è una storia di lotta, di guerre e di sacrifici, di resistenza ad una presenza straniera molto brutale. Con la fine della guerra e l'arrivo dell'amministrazione internazionale, secondo me si è cercato di “resettare” la storia del Kosovo, come se questa cominciasse dal 1999. Questo rappresenta un “anno zero” per il Kosovo, a partire dal quale siamo tutti multietnici, e viene dimenticata completamente qual è stata la sofferenza degli albanesi del Kosovo, sopratutto nel decennio degli anni '90. Per me è stato molto interessante parlare di questo episodio, del modo in cui è ricordato dagli albanesi e dagli internazionali, con tutte le differenze presenti anche all'interno dello stesso mondo albanese, perché non è la guerra l'unico periodo ad essere raccontato della storia recente, ma c'è anche la resistenza pacifica guidata da Rugova.
Questa ricerca è stata portata avanti da un punto di vista certamente originale. Quali sono le sue conclusioni su Rugova e Jashari? Quanto forte è stata la loro influenza durante questi anni?
Quando ho cominciato a capire che cosa aveva rappresentato il massacro di Prekaz in Kosovo, ho cominciato a fare collegamenti con la storia italiana del secondo dopoguerra, soprattutto riguardo all'occupazione nazista ed alla resistenza. In questo periodo ci sono stati massacri che hanno diviso la popolazione. Sono stati celebrati, dopo la guerra, come resistenza partigiana contro nazismo e fascismo. Ma da molti italiani, questi eventi della storia vengono ricordati in modo problematico. I problemi legati a questa doppia lettura sono poi scoppiati negli anni sessanta. Forse sarebbe stato meglio per i kosovari albanesi pensare al massacro di Prekaz in modo critico, non per criticare Jashari, la sua famiglia ed il loro sacrificio, ma per cercare di capire perché alcuni vedevano questa partecipazione alla resistenza in un modo diverso, perché avevano preferito una resistenza non armata, che è molto importante in Kosovo, perché dà un'immagine degli albanesi che è quella vera, un'immagine complessa. Quella di una popolazione che ha vissuto sia la guerra che la coesistenza, una resistenza spirituale e morale di gente che soffre e vuole essere libera. Io penso che sia Rugova che Jashari siano fondamentali per capire come il Kosovo è arrivato ad ottenere l'indipendenza, seppure in modo diverso. Rugova e stato leader per dieci anni di un piccolo popolo straordinario, che è riuscito a vivere senza stato, anzi in un stato di polizia, senza risorse, senza economia, organizzandosi da sé, un'esperienza davvero straordinaria. Ed anche Jashari è straordinario, perché ha combattuto con tutta la famiglia, sacrificando tutto quello che un uomo può sacrificare, per la libertà e l'indipendenza del Kosovo. Tutti a due sono molti importanti.
Pensa che il loro mito eserciti ancora un'influenza sulla scena politica del Kosovo?
Forse non è solo mito il modo in cui vengono ricordati e celebrati, sono personaggi realmente esistiti e non credo che siano tanto mitizzati. Hanno un’enorme importanza nel Kosovo indipendente, perché tutti e due hanno contribuito moltissimo all'indipendenza del Kosovo, uno stato giovanissimo, perché nato lo scorso febbraio, ma con una storia lunghissima. Questi due personaggi, nella storia recente del Kosovo, danno uno spessore di profondità a quello che è il Kosovo oggi.
Ultimamente è stato deciso di escludere il 28 novembre, ricordato dagli albanesi come giorno dell'Indipendenza, nel 1912, e chiamato il giorno delle bandiere, dalla lista delle celebrazioni ufficiali in Kosovo. Lei come legge questa tendenza a svestire il Kosovo di ogni riferimento alla storia nazionale albanese?
La mia è un'opinione prettamente personale. Credo che sia un grave errore eliminare dalla lista delle celebrazioni ufficiali date che sonno così importanti per la storia del popolo albanese in Kosovo che, dopotutto, qui rappresenta la grande maggioranza. E' molto pericoloso anche eliminare ogni celebrazione che faccia riferimento alla guerra dalla quale è nato il Kosovo indipendente. Senza la guerra, il Kosovo non sarebbe uno stato. Viene messa in atto una specie di operazione staliniana, cancellando un avvenimento storico reale. Ma non si può cancellare dalla storia, dalla vita della gente, dai sentimenti delle persone. In questi casi sarebbe molto meglio consultare anche la popolazione, sarebbe più democratico. Ma se il compromesso raggiunto prevede di eliminare completamente la storia degli albanesi, credo si tratti di una follia, e non durerà. E comunque il 28 novembre in Kosovo continuerà ad essere celebrato. E' stato molto incoraggiante vedere come il Kosovo ha accettato la nuova bandiera, e i nuovi simboli, con spirito aperto e democratico, molto positivo, ma d'altra parte non si può eliminare un simbolo nazionale ritenuto così caro e per cui in tanti hanno dato la vita.
Questa decisione è stata incoraggiata dagli internazionali, che, a mio parere, sembrano esercitare una pressione abnorme per dimenticare il passato e creare una nuova identità. La pensa anche lei in questo modo?
Bisogna capire lo spirito della comunità internazionale. Che è fatta di persone, governi e di interessi. Rispetto al Kosovo la comunità internazionale ha avuto quasi sempre l’atteggiamento dello scienziato che fa esperimenti. Ma questo processo, chiamato in inglese “state building”, è comprensibile. Quando si comincia ad impegnarsi in un'impresa del genere si ridisegnano a tavolino stati, confini, e bandiere, e questo crea problemi. Per la comunità internazionale è importante definire uno stato multietnico, integrato in Europa, e l’impressione è che eliminando la storia passata albanese sia più facile raggiungere questo obiettivo. Secondo me è un errore, e la pressione esercitata sulla leadership del Kosovo potrebbe nel futuro portare a conseguenze negative.
Quali saranno le conseguenze del fatto che tutti i processi più importanti, simboli, costituzione, pacchetto Ahtisaari sono stati imposti dagli internazionali, tutti approvati senza il dibattito, e senza la partecipazione del popolo, sull'idea di democrazia in Kosovo?
Bisogna distinguere le cose. Se si eliminano feste e simboli nazionali, queste saranno celebrate ugualmente, ma diventeranno parte di una subcultura. Rafforzeranno lo spirito nazionalista che non è parte dello stato a livello istituzionale. Questo non sarà positivo nel lungo periodo. L'altra questione, riguarda invece la democrazia. Democrazia non significa solamente elezioni libere, che in Kosovo esistono, ma significa anche che i rappresentanti eletti dal popolo sono responsabili nei confronti del popolo stesso, e che governano questo paese. In Kosovo abbiamo una situazione legale molto complicata e molto confusa, con diversi livelli di governo, il governo del Kosovo, l'Unmik, l'Eulex e l'Ufficio Civile Internazionale, che si deve occupare dell'implementazione del piano Ahtisaari. In questo momento tutte queste burocrazie internazionali sono impegnate a ostruirsi a vicenda, perché ancora non si capisce bene chi praticamente avrà il Kosovo sotto supervisione, perché questa è un'indipendenza condizionata, sappiamo tutti che non è una vera e piena indipendenza. Quindi, in questo caso non ci può essere democrazia, perché le decisioni che vengono prese dal governo sono discusse con queste burocrazie internazionali. Fanno riferimento a un piano che doveva essere un compromesso tra il Kosovo e la Serbia, e che invece è un accordo tra il Kosovo e la comunità internazionale. E così tutto questo confonde e non definisce il Kosovo come un paese democratico.
Il 17 febbraio il Kosovo ha proclamato l'indipendenza, ma ben poco è cambiato da allora per quanto riguarda indipendenza politica, il poter essere uno stato con confini chiari che prende in modo autonomo le proprie decisioni. E' d'accordo con questa valutazione?
La mia impressione, dopo il 17 febbraio, è sopratutto quella che il Kosovo ha acquistato maggiore sicurezza di sé. Io vedo questo fattore psicologico parlando con la gente. Esiste una certa soddisfazione e una certa sicurezza, che sarà molto importante per gli albanesi del Kosovo per affrontare le difficoltà future. Anche i problemi con la minoranza serba nel Kosovo settentrionale non sono così gravi adesso che il popolo albanese si sente più sicuro, meno indifeso. Grandi cambiamenti in senso politico non li vedo.
Come si deve comportare la classe politica del Kosovo in questa situazione molto complicata, specialmente nei confronti dell'Unmik?
La leadership kosovara si trova in una situazione molto difficile, perché ci sono delle situazioni che sono completamente fuori dal suo controllo. L'Unmik dipende dal Consiglio di Sicurezza, che nella legislazione internazionale è l'organo supremo che prende decisioni a riguardo. Nel Consiglio di Sicurezza sia la Russia che la Cina hanno il potere di veto. Quindi una decisione sull'Unmik, che viene presa dal Consiglio di Sicurezza, sarà sempre ostacolata dalla Russia e dalla Cina, finché queste non decideranno di riconoscere il Kosovo. Quindi per la leadership kosovara e molto difficile rapportarsi con l'Unmik. Il mio consiglio, anche questo strettamente personale, è di avere un atteggiamento un po' più attivo ed indipendente. Io capisco che la leadership kosovara deve collaborare con le organizzazioni internazionali e con i paesi amici. Ma se questo è uno stato, deve cominciare a pensare come uno stato. Uno stato decide autonomamente. Per il Kosovo ci sono ancora dei passi da fare prima di arrivare a questo stadio, ma secondo me la leadership deve cominciare a pensare a se stessa come la leadership di uno stato indipendente.
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Si intitola “Rafforzare la prospettiva europea”. È una comunicazione interamente dedicata ai Balcani occidentali che la Commissione europea ha pubblicato la scorsa settimana. Fa il punto sul progresso dei singoli stati della regione verso l’integrazione, allega delle raccomandazioni per accelerare i processi in corso.
Intanto in Albania la notizia dell'avvio dei negoziati con l’Unione europea per la liberalizzazione dei visti Schengen ha colto di sorpresa media e politici albanesi: non se l'aspettavano dopo che in questi ultimi anni dall'Ue arrivavano quasi esclusivamente rimproveri.
Ma è il Kosovo la cartina tornasole di tutte le difficoltà di Bruxelles nella regione. La mancanza di unità sulla questione dello status impedisce l'offerta di una prospettiva europea credibile.
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Traduzione a cura della redazione di Osservatorio sui Balcani
I giovani manifestano ancora e si ribellano. Questa volta il motivo del loro impegno è la protesta contro la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo e la storica ingiustizia che è stata commessa nei confronti della Serbia.
Alla ribellione di questa generazione è già stato dato il nome derisorio di “Kosovo per le scarpe da ginnastica”. L’immagine delle due ragazze è diventata sinonimo di ciò che accade per le vie di Belgrado. Per chi vuole ascoltare, è chiaro che le due ragazze - ma probabilmente anche la maggior parte dei loro coetanei - sono andate alla manifestazione perché insoddisfatte e frustrate; perché sentono di essere ai margini e di essere trascurate. Non rubiamo perché abbiamo, ma perché non abbiamo niente. Dove sono quelli che hanno, perché non sono venuti a rubare? Le parole di una delle ragazze suonano come un campanello d’allarme della società in cui viviamo.
K. Lorenz afferma che la manipolazione delle persone fa parte degli otto peccati capitali, mentre Orwell aggiunge che il potere è fatto in modo che lo spirito umano si frantumi, per poi far sì che si ricrei nella forma desiderata.
La ribellione dei giovani è autentica, ma anche costruita. Sono convinta che sentano emotivamente la perdita del Kosovo, nonostante in Kosovo non ci siano mai stati. E che perciò si sentono male e sentono che alla Serbia, e pertanto anche a loro, è stata commessa un’ingiustizia.
Hanno accumulato rabbia e insoddisfazione, la storia sull’Unione europea è loro distante, non hanno soldi per viaggiare, il regime dei visti rende loro difficile muoversi. Il Kosovo è lì, onnipresente, in ogni libro di scuola, sui giornali, su tutti i canali televisivi, nei discorsi a tavola con la famiglia, negli auguri natalizi via SMS. I giovani, come tutti noi, sono prigionieri del “nuovo mito del Kosovo” che è sorto negli ultimi anni, e per il quale, si direbbe, ha responsabilità esclusiva la nostra élite politica.
Qualcuno ci ha preparato per la dichiarazione unilaterale di indipendenza o per un qualsivoglia altro scenario sfavorevole? Di tutto ciò i cittadini della Serbia non sapevano un bel niente eccetto il piccolo numero di coloro che di queste e simili questioni si occupano professionalmente; di questo non si è parlato, questa battaglia non si poteva perdere. Ma lo stato si è chiesto come i cittadini si sarebbero ripresi da uno shock di tali dimensioni?
Temo che non ci siano risposte. Il piano di azione i cui dettagli ancora non conosciamo, e sembra proprio che non li sapremo affatto, ha predisposto le attività dello stato a favore della difesa della sovranità e dell’integrità territoriale. Ma sembra che nessuno abbia pensato a lavorare ad una strategia per lo sviluppo futuro del paese.
Cosa succederà quando passerà il primo shock? Cosa faremo con le generazioni di giovani che vivono con il sentimento che gli sia stata fatta un’ingiustizia e le cui prese di posizione sono plasmate soprattutto dalle emozioni? Come riusciremo a costruire una società in cui loro saranno in grado di realizzarsi? Se non faremo questo, avremo una società che è un coacervo di individui frustrati che non sono all’altezza di raggiungere un avanzamento. Gireremo nel circolo vizioso delle vittime dal quale, se non ci sarà una sistematica risposta dello stato, non c’è una rapida via d’uscita.
Se “il ministro che meglio di tutti conosce la gente” da mesi ormai attacca una televisione, c’è da stupirsi che i giovani dimostranti corrano ad attaccare quel “covo di nemici”? Anche se il giorno dopo, molto probabilmente, sulla stessa televisione guarderanno la Coppa dei campioni o il “Grande fratello”. Se il caporedattore di un settimanale con entusiasmo dice che in Serbia è finalmente cresciuta una generazione che non è apolitica, anazionale, che non è interessata solo ai visti Schengen, alla polvere dell’Afghanistan, ai televisori al plasma provenienti da Hong Kong, c’è qualcosa di strano allora se i giovani sostengono tali stereotipi e vivono l’Europa come la culla di tutti mali? Se per i tumulti per le vie di Belgrado e delle altre città della Serbia molti ministri, editorialisti e altri hanno parole di comprensione, e a volte persino di elogio, come possiamo aspettarci che questo tipo di comportamento non si ripeta in futuro? Se un tale “responsabile personaggio” dichiara di comprendere, benché non giustificare, gli attacchi alle panetterie di proprietà degli albanesi o dei gorani che vivono qui da decenni e non hanno minimamente contribuito alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, significa che si sta dando un tacito assenso a far sì che tali attività proseguano finché non finisce lo “stato di shock”?
Qui non c’è niente da capire. Né da giustificare. La violenza genera violenza. Sul breve periodo la manifestazione dei sentimenti nazionali dei giovani espressi con comportamenti aggressivi può solo condurre al sostegno di alcune opzioni politiche. Sul lungo periodo, distruggerà loro stessi e la società nel suo complesso. Per questo credo che i politici e tutti gli altri dovrebbero preoccuparsi di trovare il modo di articolare la rabbia e l’insoddisfazione dei giovani; di non sottovalutare la possibilità di un’esplosione sociale e di trovare una soluzione per canalizzare l’energia dei giovani verso la loro inclusione nella società e nella realizzazione di cambiamenti positivi.
In questi giorni difficili, sono sicura che sia impopolare parlare dell’istruzione. Ma, credo che la migliore risposta sistematica ai problemi sia una buona e solida istruzione, con uguali possibilità per tutti e includendo i giovani nella società e nello stato. È impopolare, lo so, ma forse sarebbe il caso che durante la prossima finanziaria l’importo che viene destinato ai giovani e all’istruzione sia più alto.
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Con la questione del Kosovo, si ripropone la vischiosità della tradizione stato-nazionale nel nostro continente. Ma le cose non finiscono qui e tutti, Kosovo incluso, dovremo presto fare fronte alle sfide del nostro tempo per non restarne schiacciati. Il commento di Osservatorio sui Balcani
Il Kosovo dichiara l’indipendenza ma le cose non finiscono qui. Dal punto di vista kosovaro albanese il Kosovo ha una lunga strada davanti sé. Una volta venuta meno la “scusante” per tutti i mali, cioè il raggiungimento della sovranità statale, le questioni economiche e sociali verranno di certo a galla. La difficile situazione economica, la disoccupazione alle stelle, i traffici illeciti e la corruzione saranno i temi con cui il nuovo stato dovrà fare i conti. Ricordiamoci che alle scorse elezioni solo il 45% della popolazione andò a votare, mostrando la crescente disaffezione verso la politica.
Il Kosovo resterà per parecchio tempo dipendente da finanziamenti internazionali. Per giugno è prevista una conferenza di donatori per il Kosovo. Inoltre, la missione UE che sta prendendo corpo per sostituire l’amministrazione delle Nazioni Unite, secondo il piano Ahtisaari, godrà dei cosiddetti poteri di Bonn e anche se, come annunciato da fonti diplomatiche europee, saranno meni intrusivi di quelli in Bosnia Erzegovina daranno comunque la possibilità di intervenire direttamente sulla politica interna del paese. Si passa quindi da un protettorato delle Nazioni Unite ad un protettorato dell’Unione europea. Indipendenza sì, ma sovranità limitata.
Con ciò non si vuole sminuire le ragioni dell’entusiasmo dei kosovari nel festeggiare l’indipendenza, si tratta semplicemente di sottolineare un dato di realtà, ben noto agli stessi leader kosovari.
Ma c’è un’altra questione che pare prendere forma, in un modo forse non molto eclatante, anche se gli incidenti dei giorni scorsi sembrano proprio indicare questa direzione. Cioè il fatto che il Kosovo si stia in qualche modo a sua volta dividendo. Il Kosovo a nord dell’Ibar, in particolare Kosovska Mitrovica e i suoi leader politici hanno dimostrato, anche violentemente, di non voler accettare la secessione del Kosovo dalla Serbia. Quello che sta accadendo, e che per ora nessuno vuole dire, è che il Kosovo del nord si staccherà dal resto del paese. Non lo può dire Belgrado, perché violerebbe essa stessa la risoluzione 1244 a cui continuamente ha fatto appello. Non lo può dire Pristina, perché ha sempre dichiarato che il Kosovo rimarrà un “paese per tutti” e che la situazione è sotto controllo. Non lo può dire la comunità internazionale, in primis l’UE, perché equivarrebbe ad ammettere il fallimento dell’intervento a favore di un Kosovo multietnico.
Tuttavia quello che sta accadendo sul campo e che vari analisti stanno rilevando è la tacita divisione del territorio. La Serbia non ne sarebbe scontenta dato che da tempo sono noti i progetti di divisione del Kosovo avanzati dai politici e intellettuali serbi.
Resta però la questione delle enclave serbe nel resto del Kosovo. Cosa faranno? I serbi saranno costretti ad abbandonarle? Difficile dire se ci sarà un nuovo esodo della minoranza serba, in fondo la condizione di profugo può essere peggiore ed è poco probabile che la maggioranza kosovaro-albanese abbia oggi interesse a compiere atti di ostilità contro le minoranze.
Ma va notato come, a partire dal 1999, la responsabilità dell’elaborazione del conflitto, e quindi della riconciliazione, tra le due comunità sia stata quasi esclusivamente affidata alle organizzazioni non governative locali ed internazionali invece che avviare un percorso istituzionale che coinvolgesse le élite locali rispetto ai temi dei diritti e della convivenza.
In tutto questo l’Unione europea ha una grande responsabilità e non solo perché si appresta a prendere in mano il controllo del paese ma anche e soprattutto perché il Kosovo oggi è diventata una questione tutta europea.
Fino ad oggi la comunità internazionale anziché sondare strade nuove ha lasciato che le parti coltivassero le proprie alleanze e che le lunghe trattative si concludessero con un nulla di fatto. La diplomazia internazionale – con il Piano Ahtisaari – non ha fatto che accettare l’esistente. La società civile europea invece è rimasta schiacciata dal bisogno di schierarsi ideologicamente con uno dei due gruppi etnici in conflitto.
L’Europa ancora una volta divisa dalle sue stesse logiche stato-nazionali – come già avvenne all’inizio degli anni ’90 e poi a Rambouillet – ha perso l’ennesima occasione di affermare un approccio diverso alle relazioni internazionali. In apparenza è riconosciuto il ruolo di Bruxelles nella soluzione del nodo Kosovaro, tanto che l’“Eulex” rappresenterà la più grande missione europea di tutti i tempi. E tuttavia l’Ue si trova costretta ad un’impresa che nasce senza aver raggiunto il consenso delle parti e inizia ad operare senza il mandato delle Nazioni Unite.
Nei Balcani non c’è voglia di guerra ma in questi giorni le proteste di piazza in Serbia hanno mostrato il loro devastante potenziale. A Belgrado le ultime elezioni hanno mostrato chiaramente il largo consenso popolare di cui godono gli ultranazionalisti che hanno mancato la vittoria per poco più di centomila voti. C’è da aspettarsi che la questione del Kosovo condizioni l’agenda politica in tutta la regione.
I paesi dell’area ex-jugoslava stanno dimostrando molta cautela nel riconoscere l’indipendenza kosovara. La Croazia ha il timore di guastare i rapporti con la Serbia, la Macedonia deve fare i conti con il desiderio di un quarto dei suoi abitanti di riconoscere il Kosovo, la Repubblica Srpska in Bosnia Erzegovina non ha costituzionalmente alcun diritto di invocare un referendum separatista ma continuerà a sfruttare questa situazione destabilizzando il paese, il Montenegro non si affretta a riconoscere il neostato per motivi di buon vicinato. Nemmeno la Slovenia, presidente di turno dell’Ue, riuscirà entro questo mese a riconoscere Pristina.
Tempo fa Osservatorio sui Balcani aveva proposto di imboccare una strada diversa che mettesse al centro la prospettiva europea con cui rispondere alle istanze di entrambe le parti, la sovranità territoriale e le radici culturali dell’identità nazionale serba da un lato, il diritto all’autodeterminazione della maggioranza kosovaro-albanese dall’altro. Per uscire da una situazione di stallo serviva un salto di paradigma, cambiando prospettiva, passando dall’orizzonte degli stati-nazione ad una logica di tipo “post-nazionale”. Una strada inedita quella del Kosovo come prima regione europea che poteva servire anche a rilanciare la costruzione dell’Europa politica. Ma evidentemente non siamo ancora pronti per liberarci dalla vischiosa tradizione stato-nazionale del nostro continente e rispondere alle sfide del nostro tempo.
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La Serbia ha ribadito, mediante una risoluzione del governo e durante la seduta del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che non accetterà mai l’indipendenza della provincia La Serbia non accetterà mai l’indipendenza del Kosovo. Il governo serbo ha adottato una risoluzione per annullare gli atti illegali delle istituzioni temporanee del Kosovo sulla dichiarazione di indipendenza. La risoluzione sarà inviata al parlamento della Serbia, il quale durante la seduta prevista per l’inizio della prossima settimana, valuterà se accoglierla e quali saranno le azioni concrete che la Serbia adotterà dopo la dichiarazione di indipendenza. Il governo serbo ha detto che la risoluzione sarà attivata nel momento in cui le istituzioni kosovare dichiareranno l’indipendenza, a prescindere dal fatto che ciò possa accadere domenica, come ci si aspetta, o qualche giorno più tardi.
Nel comunicato che è stato inviato ai media dopo la seduta c’è scritto che il governo serbo annulla tutti gli atti e l’operato delle istituzioni temporanee in Kosovo con cui si dichiara l’indipendenza unilaterale, con i quali si viola la sovranità e l’integrità territoriale della Serbia, e si agisce in disaccordo con la Risoluzione 1244 adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il governo serbo rigetta ogni tentativo di violazione delle norme del diritto internazionale.
Con la risoluzione del governo si conferma ancora una volta l’unità della politica dello stato riguardo il Kosovo e si ribadisce che il Kosovo è una parte inalienabile della struttura costituzionale della Serbia. Come si legge nella stessa risoluzione: “tutti i cittadini della provincia che riconoscono lo stato della Serbia sono cittadini a pieno diritto della Serbia e hanno il pieno diritto di non riconoscere gli atti illegali riguardanti la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo”. Il governo ha inoltre annullato la decisione sull’invio della missione dell’Unione europea in Kosovo.
Il premier Vojislav Kostunica, subito dopo la seduta, ha tenuto una conferenza stampa. Davanti ad un folto numero di giornalisti, il premier ha dichiarato che la Serbia non accetta decisioni unilaterali di indipendenza del Kosovo. Kostunica rivolgendosi in modo emotivo ha detto che per la prima volta nella storia accade una tale violazione della legge su uno stato sovrano, aggiungendo che la Serbia in questo momento dimostra un’unità nazionale e statale. Kostunica ha poi invitato tutti i serbi del Kosovo a rimanere nelle proprie dimore.
Fino ad oggi in Serbia non si è avvertita alcuna tensione dovuta all’attesa dichiarazione di indipendenza del Kosovo. Ma, con l’avvicinarsi di domenica, la tensione sale e nessuno può dire con certezza quali tipo di reazioni potranno esservi nei prossimi giorni.
Nonostante i dissapori all’interno della coalizione, il governo serbo ha adottato la decisione di agire all’unisono nelle prossime settimane. La crisi che ha scosso la coalizione dopo la vittoria di Tadic alle elezioni presidenziali è stata superata solo qualche giorno fa, dopo che si sono incontrati il presidente Boris Tadic, il premier Vojislav Kostuncia e il presidente del parlamento Oliver Dulic. Durante l’incontro si sono accordati per mettere da parte tute le differenze, per far sì che Kostunica convochi una seduta del governo, e che subito dopo segua la seduta del parlamento durante la quale si discuterà del Kosovo. Con ciò è stato superato il blocco delle istituzioni e si è trovato un accordo sul fatto che è nell’interesse dello stato che il governo rimanga in carica per far sì che la maggior parte delle istituzioni statali possa reagire all’indipendenza del Kosovo.
Su richiesta della Serbia e della Russia è stata indetta la seduta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Fino alla chiusura di questo articolo sono giunte informazioni sul discorso del ministro degli Esteri ella Serbia Vuk Jeremic, il quale ancora una volta ha informato il Consiglio di Sicurezza che la Serbia non tollererà l’atto illegale di secessione del Kosovo, chiedendo a questo organo di condannare l’intenzione di Pristina e di garantire il totale rispetto della Risoluzione 1244. B92 riporta che Jeremic ha iniziato il suo discorso con le seguenti parole: “permettetemi di essere del tutto chiaro. La Repubblica della Serbia non accetterà mai alcuna messa in discussione della sua integrità territoriale. Noi non accetteremo mai l’indipendenza del Kosovo. Non cambieremo idea e non desisteremo, se questo vile gesto non verrà impedito. Né ora, né fra un anno, né fra un decennio. Mai. Il Kosovo e Metohija rimarrà parte della Serbia per sempre”.
Jeremic ha fatto appello a tutti i membri del Consiglio di Sicurezza chiedendo che rispettino l’integrità territoriale della Serbia e la sua sovranità. “Noi vi diciamo, con la sicurezza e la forza morale del popolo unito: che la Serbia non lo dimenticherà mai”. Jeremic ha aggiunto che la Serbia impiegherà tutti i mezzi a disposizione, eccetto l’impiego della forza, per reagire all’atto illegale di secessione del Kosovo.
Il Kosovo è oggi l’unico tema su cui si discute in Serbia. L’integrazione europea e la firma dell’Accordo politico sono scivolati in secondo piano. Il governo ancora una volta ha ribadito di avere un Piano di azione che prevede la reazione ad ogni situazione che possa seguire dopo la dichiarazione di indipendenza del Kosovo. Questo piano è tuttora coperto da segreto di stato.
I deputati dei partiti di opposizione, in particolare il Partito radicale serbo (SRS) e il Partito socialista della Serbia (SPS), hanno richiesto che venga reso noto il contenuto del Piano di azione, dichiarando che non daranno un sostegno in bianco al governo.
Il ministero della Difesa e il ministero degli Affari Interni hanno detto all’opinione pubblica che non c’è motivo di avere paura. Come riporta B92, il ministro della Difesa Dragan Sutanovac ha dichiarato che “in caso di indipendenza del Kosovo sono possibili violenze al sud della Serbia, ma che per ora non c’è nulla che indichi che ciò accadrà”. Sutanovac ha aggiunto che il ministero della Difesa ha elaborato un piano nel caso in cui si arrivi ad un spostamento forzato degli abitanti non albanesi del Kosovo, così come la possibilità che compaiano “gruppi che minacciano di destabilizzare la Serbia meridionale o qualunque altra regione”.
I rappresentati politici albanesi del sud della Serbia dicono che non si aspettano alcun tipo di incidenti. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito della Serbia, Zdravko Ponos ha dichiarato che , in caso di incidenti in Kosovo, l’esercito della Serbia e la KFOR agiranno come partner. In via non ufficiale sappiamo che lo stato di allerta è stato alzato a livello massimo sia alla polizia che nell’esercito. Mentre la possibilità che venga dichiarato lo stato d’emergenza, di cui si vociferato in Serbia, viene smentita da tutti i funzionari statali.
I serbi del Kosovo chiedono a Belgrado di mettere in atto azioni concrete. Oliver Ivanovic, ospite della trasmissione Kaziprst di B92, ha detto che il governo serbo e l’élite politica dovrebbero trascorrere la domenica coi serbi che vivono in Kosovo. Il suo appello è stato sentito a Belgrado, tanto che Ivica Dacic, presidente del Partito socialista della Serbia ha detto che la leadership di questo partito domenica sarà a Mitrovica del nord, Zvecan e Gracanica. Milos Aligrudic, capo gruppo parlamentare del Partito democratico della Serbia (DSS) ha dichiarato che la decisione di andare in Kosovo verrà presa dalla Segreteria di questo partito.
Tomislav Nikolic, leader del SRS dice che i radicali sono costantemente presenti in Kosovo, e che una visita di un giorno non cambierà nulla. Nikolic ha invitato il presidente e il premier ad organizzare insieme un meeting con quale si invierebbe al mondo il messaggio che i serbi non riconosceranno mai il Kosovo indipendente. Nikolic ha suggerito che, se il parlamento kosovaro dovesse dichiarare domenica l’indipendenza, il meeting si potrebbe organizzare per la prossima settimana, in un luogo dove si possano incontrare un milione di persone.
Il vescovo di Raska e Prizren Artemije ha invitato i serbi a rimanere in Kosovo. La Chiesa ortodossa serba domenica terrà una funzione per la salvezza del popolo serbo in Kosovo, che avrà luogo nella chiesa di San Sava a Belgrado.
La tensione sale anche in Republika Srpska. Secondo i servizi trasmessi da B92, a Banjaluka svariate organizzazioni non governative hanno chiesto al premier della RS Milorad Dodik di chiedere la separazione della Republika Srspka dalla Bosnia Erzegovina in caso di dichiarazione di indipendenza del Kosovo.
Oggi in Serbia è risuonata la notizia che il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato la decisione sull’indipendenza del Kosovo è immorale. Come riportato dal quotidiano “Politika”, Putin a Mosca,davanti ai giornalisti, ha detto che da 40 anni esiste la repubblica indipendente di Cipro Nord, e ha chiesto ai presenti: “perché non la riconoscete? Non avete vergogna voi europei ad adottare questi standard duplici per una stessa questione in parti diverse del mondo?” Putin ha poi aggiunto che la decisione dell’indipendenza del Kosovo avrà conseguenze di lungo corso nel mondo. “Tutti ci dicono che si tratta di un caso unico. È una menzogna. È tutto uguale, è un conflitto etnico, con crimini da entrambe le parti, e un’indipendenza de facto”, ha ribadito il presidente russo.
Il Kosovo sta facendo pure i conti con una crisi energetica. Da fonti non ufficiali è stato annunciato che la crisi ha a che fare con la cessazione della fornitura di corrente elettrica dalla Serbia. Già tempo fa la Serbia aveva annunciato il blocco delle forniture di corrente elettrica al Kosovo, la chiusura delle frontiere ed altre misure nel caso in cui Pristina dichiarasse l’indipendenza.
Belgrado invece è tappezzata di manifesti sui quali c’è scritto che la Serbia non accetterà mai l’indipendenza del Kosovo. Per sabato sono state annunciate dimostrazioni del gruppo filofascista 1389 e della Guardia di Zar Lazar davanti all’ambasciata slovena, in segno di protesta contro la decisione di inviare la missione dell’Unione europea in Kosovo. Proteste infine sono state annunciate anche dai riservisti dell’esercito
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Torte, bandiere, musica. Gli albanesi del Kosovo si apprestano a festeggiare l'ormai imminente dichiarazione di indipendenza, prevista per domenica 17 febbraio. Ma dietro all'atmosfera di festa non mancano i timori di possibili tensioni, soprattutto nella città divisa di Mitrovica.
La Serbia dal canto suo ha ribadito, mediante una risoluzione del governo e durante una recente seduta del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che non accetterà l’indipendenza della provincia, né ora né mai.
La tensione sale anche in Republika Srpska. A Banja Luka svariate organizzazioni non governative hanno chiesto al premier della RS Milorad Dodik di chiedere la separazione dalla Bosnia Erzegovina in caso di dichiarazione di indipendenza del Kosovo.
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